I PRIMI 10 ANNI

Con l’inizio della Repubblica assistiamo a due fenomeni: l’inizio della corruzione che diventerà in pochi anni dilagante e lo sfascio morale del Paese che verrà portato avanti con rigore scientifico dalla sinistra capeggiata dal PCI.

La DC che in teoria avrebbe dovuto opporsi e smilitarizzare il PCI era in realtà un enorme calderone in cui c’era dentro di tutto. L’unica cosa che mancava era una precisa linea strategica per risollevare il Paese. Assisteremo quindi in maniera sempre più sfacciata a lotte interne che nulla hanno a che vedere col bene dell’Italia, ma sono vere e proprie faide di potere, dove per potere si intende la possibilità di guadagni illeciti. Per non essere disturbati si arriverà quindi ad accordi sottobanco con la sinistra cercando di legarla al carro e con i comunisti, lasciandoli liberi di occupare i settori ritenuti poco redditizi (scuola, giustizia) e riconoscendo loro una parte del sistema tangenziale.

Bisogna anche ricordare come gli avvenimenti della seconda guerra mondiale, che avevano visto l’Unione Sovietica dalla parte dei vincitori, avevano creato le condizioni migliori per dare credito alla sinistra .

L’Unione Sovietica, con l’ausilio dei vari partiti comunisti, non si lasciò sfuggire la ghiotta possibilità. Con abile propaganda e con le dovute pressioni era riuscita sin dalla fine delle ostilità a costruire il mito del ‘mostro’ nazista e ad ingigantire l’apporto dato dai comunisti per la sua sconfitta.

Per le ragioni che abbiamo già esaminato, la creazione del ‘mostro’ andava più che bene anche agli Alleati che così potevano distogliere l’attenzione mondiale dai loro crimini.

Di fatto la conseguenza fu che larghe fette di intellettuali accettarono, per torna conto, viltà o altri motivi, il teorema che indicava il Comunismo come combattente per la libertà e squalificava chiunque osasse indicare i crimini commessi dai comunisti come, ‘fascista, ‘revisionista’, ‘reazionario’ o, peggio ancora, ‘bugiardo’.

Costoro furono, e sono tutt’ora, i migliori alleati del comunismo e portano insieme ai comunisti la piena responsabilità di tutti i lutti che tale ideologia ha portato all’Umanità.

Come descritto nel capitolo precedente, i primi dieci anni del dopoguerra hanno visto diverse crisi nel comunismo in Unione Sovietica.

La ripercussione nel PCI non poteva che essere traumatica, non tanto nella dirigenza che conosceva bene la realtà dell’URSS, ma soprattutto nella base che era stata indottrinata a pensare all’URSS come al ‘paradiso sovietico’.

 

Risultava quindi quanto meno strano che felici cittadini di tale ‘paradiso’ decidessero di rischiare la propria vita per contestarlo.

Per risolvere questo inquietante interrogativo il partito con tutta la sua propaganda intervenne bollando i primi insorti come un ‘complotto’ americano, i secondi come ‘provocatori’ e, nel caso dell’Ungheria, come ‘teppisti’ e ‘provocatori’.

Nel caso però dell’Ungheria c’era però la televisione, inaugurata un anno prima, che, anche se pochissimi avevano l’apparecchi, mostrava la realtà così com’era.

Così, mentre la base del partito accettava ad occhi chiusi le balle dell’Unità e dei vertici del PCI, ci fu chi, tra gli intellettuali pretendeva un atteggiamento diverso e, preso atto del comportamento del partito, uscì allo scoperto con un manifesto di condanna.

Aderiscono all’appello tra gli altri, Antonio Maccanico, Alberto Caracciolo, Paolo Spriano, Lucio Colletti, Renzo De Felice, Elio Petri, Mario Tronti, Alberto Ascir Rosa, Carlo Muscetta, Natalino Sapegno, Delio Cantinori, Mario Socrate, Renzo Vespignani, Dario Puccini, Vezio Crisafulli, Giorgio Candeloro, Luciano Cafagna.

La dirigenza del PCI riusci a tenere unito il partito solo usando la mano pesante con espulsioni a raffica e campagne diffamatorie nei confronti di quanti non credevano più al mito dell’Unione Sovietica.

A fine anno si apre l’VIII congresso del PCI.

Togliatti è coinvolto in una furiosa battaglia all’interno del suo partito. All’interno ci sono gruppi di intransigenti ma anche gruppi radicali che dopo i fatti d’Ungheria vorrebbero prendere le distanze dal comunismo russo. Mentre altri mettono in discussione la leadership dello stesso Togliatti. Infine diversi intellettuali dopo l’appoggio e la giustificazione che un Togliatti poco convincente aveva dato nei riguardi dell’invasione sovietica in Ungheria, abbandonano il partito sdegnati (rientreranno alla spicciolata più avanti).

Il discorso di Togliatti inizia con l’analisi della situazione internazionale. Denuncia il ritorno aggressivo dell’imperialismo e la ripresa della guerra fredda e riconosce che gli «errati indirizzi politici seguiti nella costruzione di una società socialista» sono stati, per i comunisti italiani, «il fatto più importante» per spiegare ciò che in Ungheria è accaduto. Sottolinea il momento di difficoltà del movimento comunista, ammettendo che «la imitazione servile» del modello sovietico, «errata in linea di principio, doveva rivelarsi dannosa nella pratica» ed ha dato luogo, sia in Polonia che in Ungheria, a «difficoltà superflue, asprezze e squilibri pesanti». Togliatti conferma il «merito storico» avuto dall’Urss nella realizzazione della prima rivoluzione socialista e rivendica i grandi successi e la superiorità di quel sistema sociale, affermando: «Il posto che l’Unione Sovietica e il partito che la dirige occupa nel mondo socialista, di cui è l’asse e la forza suprema, è una realtà determinatasi storicamente e che non si può distruggere. Non vi è né Stato guida, né partito guida. La guida sono i nostri principi, gli interessi della classe operaia e del popolo italiano, la difesa permanente della pace e dell’indipendenza della nazione, i doveri della solidarietà internazionale. Seguendo questa guida, noi batteremo una strada del tutto nostra, che l’esempio e le esperienze dell’opera da titani che è stata compiuta e si compie nell’Unione Sovietica continueranno a illuminare».

Non vi è ovviamente alcun accenno ai crimini di Stalin, ma anzi una allucinante esaltazione di Stalin e del regime da lui imposto che viene definito come un faro luminoso nella storia dell’Umanità.

Davanti alla dura realtà, inconfutabile, di quanto era accaduto in Ungheria, la soluzione per Togliatti è quella di non considerare più l’Unione Sovietica come lo stato guida, ma guardarla unicamente come un grande esempio da seguire.

Lo stesso Togliatti, per dimostrare la sua indipendenza dall’URSS, firmerà l’anno seguente la condanna a morte di Imre Nagy.

Sempre nel 1957 verrà abolita la norma che imponeva a tutti i dirigenti che volevano fare carriera all’interno del partito, una visita obbligatoria, comprendente corsi di preparazione politica, nell’Unione Sovietica.

 

Dopo la morte di Togliatti la diga cedette e la segreteria di Luigi Longo fu caratterizzata da un progressivo allontanamento da Mosca che culminò nel 1968 con la rottura consumata sull’invasione della Cecoslovacchia. La successiva segreteria di Berlinguer trasformò ulteriormente il PCI da partito che aveva rotto con Mosca a partito che si schiererà con il blocco occidentale (denuncia della natura aggressiva del Patto di Varsavia, adesione della CGIL alle organizzazioni sindacali occidentali, riconoscimento della Nato ed ingresso nel suo comitato politico).

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IL PC E LE RIVOLTE NEI REGIMI COMUNISTI

Moti operai in Germania
I Moti operai del 1953 in Germania Est si svolsero nel giugno e luglio del 1953. Uno sciopero degli operai edili si trasformò in una rivolta contro il governo della Germania Est. A Berlino la rivolta venne schiacciata con la forza dal Gruppo delle Forze Sovietiche in Germania
Nel maggio 1953, il Politburo del Partito di Unità Socialista della Germania (SED) innalzò le quote di lavoro dell’industria tedesca orientale del 10 percento. Il 15 giugno, una sessantina di operai edili di Berlino Est iniziarono a scioperare quando i loro superiori annunciarono un taglio di stipendio in caso di mancato raggiungimento delle quote. La loro dimostrazione il giorno seguente fu la scintilla che causò lo scoppio delle proteste in tutta la Germania Est. Lo sciopero portò al blocco del lavoro e a proteste in praticamente tutti i centri industriali e le grandi città del Paese.

Le domande iniziali dei dimostranti, come il ripristino delle precedenti (e inferiori) quote di lavoro, si tramutarono in richieste politiche. I lavoratori chiesero le dimissioni del governo della Germania Est. Il governo, per contro, si rivolse all’Unione Sovietica, che schiacciò la rivolta con la forza militare.

Ancora oggi non è chiaro quante persone morirono durante le sollevazioni e per le condanne a morte che seguirono. Il numero ufficiale delle vittime è 51. Dopo l’analisi dei documenti resi accessibili a partire dal 1990, il numero di vittime sembrerebbe essere di almeno 125.
Malgrado l’intervento delle truppe sovietiche, l’ondata di scioperi e proteste non venne riportata facilmente sotto controllo. In più di 500 città e villaggi ci furono dimostrazioni anche dopo il 17 giugno. Il momento più alto delle proteste si ebbe a metà luglio.

 

L’Unità, l’organo del Partito Comunista Italiano, il 19 giugno 1953, dopo l’intervento dei carri armati sovietici a Berlino Est, approvò senza riserve la repressione definendo la rivolta un ‘complotto a opera degli statunitensi e di Adenauer’.

Rivolta Polonia

Gli operai di Poznań, in Polonia, insorsero il 28 giugno 1956 al grido di pane e libertà contro il regime oppressivo mantenuto dai sovietici. La rivolta fu repressa nel sangue con i carri armati dal generale sovietico Konstantin Rokossovsky, allora ministro della guerra polacco. Gli operai uccisi dai militari furono circa 100.
La rivolta diffuse un vivo fermento in tutta la Polonia, che si propagò anche in Ungheria sino a esplodere nella insurrezione del 23 ottobre. Per allontanare il pericolo di una sollevazione in Polonia, i russi furono costretti ad allentare le redini della dittatura aprendo qualche spiraglio di libertà nel Paese.
Furono liberati in quella circostanza, dagli insorti, il cardinale Stefan Wyszyński, nonché il dirigente comunista Władysław Gomułka, nel 1949 imprigionato sotto l’accusa di ‘titoismo’.

L’Unità approvò la repressione e in quei giorni scrisse:
«La responsabilità per il sangue versato ricade su un gruppo di spregevoli provocatori che hanno approfittato di una situazione temporanea di disagio in cui versavano Poznan e la Polonia»

Rivoluzione Ungherese
La Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come Insurrezione ungherese o semplicemente Rivolta ungherese, fu una sollevazione armata di spirito anti-sovietica scaturita nell’allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 – 11 novembre 1956. Inizialmente contrastata dall’ÁVH ungherese (Államvédelmi Hatóság, ‘Autorità per la Protezione dello Stato’) venne alla fine duramente repressa dall’intervento armato delle truppe sovietiche.

Morirono circa 2.652 Ungheresi (di entrambe le parti, ovvero pro e contro la rivoluzione) e 720 soldati sovietici. I feriti furono molte migliaia e circa 250.000 (circa il 3% della popolazione dell’Ungheria) furono gli Ungheresi che lasciarono il proprio Paese rifugiandosi in Occidente. La rivoluzione portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del comunismo nelle nazioni occidentali.

Il Partito comunista ungherese approfittò della Prima Conferenza mondiale dei partiti comunisti, che si tenne a Mosca nel novembre 1957, per far votare la condanna a morte di Nagy da tutti i dirigenti comunisti presenti, fra cui Maurice Thorez e Palmiro Togliatti, con l’unica eccezione del polacco Gomulka. Nagy fu condannato a morte e impiccato il 16 giugno 1958.

Palmiro Togliatti disse: “È mia opinione che una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, nel nome della solidarietà che deve unire nella difesa della cività tutti i popoli“.

Giorgio Napolitano attuale Presidente della Repubblica italiano, (nel 1956 responsabile della commissione meridionale del Comitato Centrale del PCI) condannò come controrivoluzionari gli insorti ungheresi.

L’Unità si arrivò persino a definire gli operai insorti “teppisti” e “spregevoli provocatori” giustificando l’intervento delle truppe sovietiche sostenendo invece che si trattasse di un elemento di “stabilizzazione internazionale” e di un “contributo alla pace nel mondo“.

Luigi Longo sostenne la tesi della rivolta fascista: “L’esercito sovietico è intervenuto in Ungheria allo scopo di ristabilire l’ordine turbato dal movimento rivoluzionario che aveva lo scopo di distruggere e annullare le conquiste dei lavoratori…“.

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IL BIENNIO ROSSO

di  Luciano Atticciati

Il 1919 fu l’anno del forte spostamento a sinistra non solo in Italia, ma in tutta l’Europa. Gli orrori della guerra avevano spinto molti a rifiutare quello stato elitario “democratico borghese” che l’aveva prodotta e di cui le masse popolari avevano conosciuto enormi sofferenze. A questa tendenza aveva contribuito anche il cosiddetto ceto medio che aveva preso parte a diverse agitazioni, ma quando la sinistra assunse le posizioni più estremiste, indicando lo stato bolscevico russo come un modello da seguire, e riteneva di poter ricorrere anche ai metodi della violenza per raggiungere il suo fine, una parte notevole dell’opinione pubblica, specie del Nord dove si erano avuti i maggiori scontri del biennio rosso, iniziò a spostarsi a destra. Tale cambiamento venne rapidamente percepito da Benito Mussolini che si propose come un restauratore, sia pure poco ortodosso, dell’ordine pubblico.

Il partito socialista aveva nel ’19 aderito alla Terza Internazionale che prevedeva espressamente il ricorso alla lotta armata, ed aveva assunto anche alcune iniziative in questo campo (costituzione di una “forza armata proletaria” al Consiglio Nazionale dell’aprile 1920) nel corso del biennio rosso. L’estremismo dei socialisti era forse più verbale che reale, tuttavia i suoi appelli ad una rivoluzione bolscevica in Italia scossero l’opinione pubblica, anche quella che per motivi sociali non era pregiudizialmente contraria alla sinistra. Filippo Turati al riguardo aveva espresso tutte le sue perplessità, e aveva previsto la reazione di una parte importante della società: “di tutte quelle classi medie, quelle piccole classi, quei ceti intellettuali, quegli uomini liberi che si avvicinavano a noi, che vedevano nella nostra ascensione la loro propria ascensione e la liberazione dell’uomo, e che noi con la minaccia della dittatura e del sangue gettiamo dalla parte opposta”. Scrisse alcuni anni dopo, nel 1922 il Corriere della Sera: “La violenza è quasi sempre un’arma che ferisce le mani di chi l’adopera: i socialisti che tirannegiavano bestialmente l’Emilia con la loro dittatura spavalda e coi loro tribunali rossi ne sanno qualcosa. Ne potrebbero sapere molto domani i fascisti, se con gli incendi e coi ferimenti credessero, a loro volta, di governare la regione liberata”.

Il 1919 aveva visto un numero limitato di scontri fra fascisti e socialisti, molto più mumerosi erano risultati quelli fra arditi e nazionalisti da una parte contro i socialisti. Gli Arditi costituivano un gruppo che sfuggiva ad una facile collocazione politica, e che risentiva maggiormente di suggestioni emotive che di questioni di tipo strettamente politico. Gli Arditi comunque erano ovviamente orientati verso il nazionalismo, e risentivano molto della influenza di futuristi e dei dannunziani successivamente. Il gruppo politico futurista era sorto per iniziativa di Filippo Tommaso Marinetti,

( http://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_Tommaso_Marinetti )

 un intellettuale anche lui difficilmente collocabile politicamente, ma che poteva essere considerato un anarchico nazionalista. Il programma futurista era fortemente anticlericale, patriota, e presentava anche delle istanze di tipo socialista, socializzazione delle terre, imposta progressiva, minimi salariali.

Il primo importante episodio di violenza in quell’anno fu l’assalto all’Avanti. Se la responsabilità di tale episodio è da attribuirsi ai nazionalisti (arditi, futuristi, neo-nati fascisti), significativo è comunque che dalla sede del giornale furono esplosi diversi colpi di arma da fuoco, che provocarono fra l’altro la morte di un soldato posto a tutela dell’ordine pubblico. Lo scontro non aveva molto a che vedere con questioni di lotta sociale come nel periodo successivo dello squadrismo, ma si inseriva nel contrasto riguardante le questioni della guerra, e nel clima di ostilità nei confronti dei reduci tenuto dai socialisti e dalla sinistra in genere. Una testimonianza significativa sulla campagna di denigrazione nei confronti di chi aveva combattuto ci è stata fornita da Emilio Lussu, importante leader dell’antifascismo, nel suo scritto “marcia su Roma e dintorni”. Nei mesi successivi si verificarono nuovi scontri fra arditi e socialisti, sempre per responsabilità dei primi, ma anche l’uccisione di un paio di carabinieri ad opera degli anarchici.

Nella seconda metà dell’anno iniziò lo scontro sociale più pesante. Nel luglio si ebbe un serie di scioperi e di saccheggi da parte di manifestanti che protestavano contro il carovita. Le proteste interessarono soprattutto le maggiori città del centro-nord, ebbero un carattere poco organizzato, tuttavia in alcune città i commercianti furono costretti a consegnare le loro merci alle locali camere del lavoro. I disordini furono duramente repressi dalle forze di polizia che provocarono la morte di una trentina di dimostranti e molte centinaia di arresti. Nello stesso mese si ebbe lo sciopero internazionalista a sostegno della Russia bolscevica che vide episodi di violenza sia da parte dei manifestanti sia da parte di gruppi di arditi.

In ottobre lo scontro si spostò nelle campagne con l’occupazione delle terre da parte dei contadini in Sicilia; la protesta ebbe carattere violento e vide l’assalto alle residenze dei proprietari e di una caserma dei carabinieri, in provincia di Caltanisetta in particolare, si ebbe la morte di tredici contadini e di un militare nel corso di un assalto della folla alle forze dell’ordine. Il movimento a favore dei lavoratori agricoli, attivo anche nell’Emilia Romagna, vide non solo il contributo dei socialisti, ma anche quello dei popolari, attraverso le cosiddette leghe bianche, e quello altrettanto notevole delle associazioni degli ex combattenti, ma fra le varie componenti ci furono dei contrasti che diedero luogo ad occasionali scontri fra manifestanti.

E’ utile tener presente che i governi Nitti e Giolitti cercarono di stemperare il contrasto sociale nel paese, ricercando la collaborazione con i socialisti riformisti e attraverso delle iniziative a favore dei lavoratori, in particolare è da ricordare l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore, un decreto per l’utilizzo delle terre incolte, le assunzioni autorizzate dal sindacato.
Nel novembre di quell’anno si tennero le elezioni politiche che rappresentarono un grave insuccesso per le liste fasciste e i partiti politici che si richiamavano all’interventismo. I giorni precedenti e quelli successivi alla consultazioni videro episodi di violenza di cui furono protagonisti fascisti e arditi. A seguito di questi vennero effettuati numerosi arresti fra i quali lo stesso Mussolini, che venne tuttavia rilasciato per l’intervento del presidente del consiglio Nitti.

( http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Saverio_Nitti )

 L’inizio dei lavori della Camera venne turbato da nuovi incidenti, con l’aggressione dei parlamentari socialisti che avevano accolto con provocazioni l’arrivo del re, da parte di studenti e ufficiali monarchici, ma anche la morte di uno studente nazionalista, e l’assalto di un armeria da parte dei manifestanti di sinistra.

L’insuccesso elettorale dei fascisti frenò per un certo periodo gli scontri fra gruppi politici, tuttavia continuarono gli scontri fra forze dell’ordine e manifestanti, nonché di quest’ultimi con i cosiddetti crumiri. Una parte della popolazione non tollerava i disordini e il continuo ricorso alla cessazione del lavoro, e si costituirono associazioni di cittadini – nazionaliste in genere – che intendevano boicottare gli scioperi. I nazionalisti erano abbastanza presenti nel mondo studentesco e diedero vita a Roma nel maggio del 1920 ad una manifestazione per commemorare l’entrata in guerra dell’Italia, manifestazione degenerata in violenza con la morte di cinque guardie regie ed alcuni cittadini.
A Viareggio e a Bari si ebbero sommosse popolari durate alcuni giorni che videro l’assalto di caserme e il blocco delle ferrovie per impedire l’arrivo delle truppe di rinforzo. A Milano uno sciopero dei ferrovieri sostenuto dagli anarchici provocò ugualmente diverse vittime fra forze dell’ordine e cittadini. In Puglia si ebbero nuove occupazioni delle terre e assalti alle case dei proprietari. Il bilancio più pesante degli scontri si ebbe nel giugno ad Ancona. Un reggimento di bersaglieri che attendeva la smobilitazione ebbe l’ordine di partire per l’Albania, i soldati si ribellarono, arrestarono i loro ufficiali e chiesero il sostegno della locale camera del lavoro e dei partiti della sinistra. Le organizzazioni operaie ed una parte della popolazione cittadina diedero inizio ai disordini, trafugarono le armi, diedero l’assalto ad alcune caserme ed eressero barricate nella città. I moti si allargarono ad altre città con assalti alle armerie e attentati ai treni. Il governo revocò l’ordine di imbarco dei bersaglieri e mantenne un atteggiamento relativamente prudente. Gli scontri comunque durarono alcuni giorni e si conclusero con una trentina di morti di cui una decina fra le forze dell’ordine.

Nello stesso periodo le questioni di politica estera continuavano ad agitare il paese. A Trieste si era avuta notevole tensione fra italiani e slavi. Il movimento fascista era ben presente nella città, disponeva della sezione più numerosa d’Italia, e faceva sentire la sua voce sulla questione dalmata. L’episodio di violenza più noto è quello dell’incendio dell’hotel Balkan

dove erano ospitate le sedi di alcune associazioni slave. Dopo una intensa sparatoria, con morti da entrambe le parti, l’edificio ormai vuoto, venne dato alle fiamme. Il numero delle vittime non fu alto, comunque suscitò emozione nel paese, che viveva con preoccupazione la questione della Dalmazia e dei rapporti con la Jugoslavia. Pochi giorni dopo si ebbe l’assalto da parte di nazionalisti e fascisti alla tipografia dell’Avanti a Roma, nel corso del quale vennero aggrediti due deputati socialisti. Nello stesso giorno venne ucciso dai dimostranti un “volontario” che si era posto alla guida di un tram per boicottare lo sciopero degli autotranvieri.

L’occupazione delle fabbriche del Nord nell’estate di quell’anno, con la sua sfida diretta allo stato, rappresentò il culmine del biennio rosso e costituì uno degli eventi che maggiormente scosse l’opinione pubblica; scrisse Giovanni Amendola nel settembre di quell’anno: “come può darsi che lo Stato non venga direttamente tirato in questione dalla pratica ed attuale negazione di quella proprietà privata, che è garantita dalle sue leggi? O dalla violazione più completa del diritto personale, effettuata da individui e da organi che parlano e agiscono in nome di un diritto inconciliabile con l’ordine presente? O infine dall’impiego di forza armata contro la forza armata dello Stato ed in sostegno della violazione continua e radicale delle sue leggi ed in appoggio di una situazione la quale, mentre è incompatibile con l’istituzione statale italiana, obbedisce invece nello spirito e nelle forme alla volontà ed alle vedute pubblicamente manifestate da uno Stato che sinora non è italiano e cioè dalla Repubblica dei Soviet?”

Che il timore di una violenta degenerazione politica non fosse solo una preoccupazione di conservatori e borghesi è confermata da Giorgio Bocca nella sua biografia di Togliatti. Il giornalista riporta i piani militari degli occupanti, le guardie rosse, che disponevano di un gran numero di armi, e decisero di non portare alle estreme conseguenze l’azione per lo scarso sostegno di cui disponevano nelle zone di provincia. Alcuni giorni prima dell’accordo sindacale che doveva porre fine all’occupazione delle fabbriche,

 

Guardie Rosse Torino

si ebbero a Torino degli scontri che costarono la vita a quindici persone di cui la metà fra le forze dell’ordine.

Particolarmente importanti nella degenerazione dello scontro politico che portò alla formazione dello squadrismo, sono considerati gli avvenimenti di Bologna e di Ferrara del novembre dicembre 1920. Le guardie rosse a seguito di un attacco armato dei fascisti ad una manifestazione per l’insediamento della amministrazione socialista cittadina a Bologna, lanciarono alcune bombe colpendo gli stessi manifestanti e provocando la morte di dieci persone, contemporaneamente venne ucciso un consigliere della destra. A Ferrara una manifestazione antisocialista venne fatta oggetto di colpi d’arma da fuoco e si ebbero tre caduti fra i fascisti e due fra i socialisti, il fatto provocò numerose proteste, e spinse la popolazione cittadina a simpatizzare con la destra. Scrisse in quel periodo il Corriere della Sera a proposito delle nuove organizzazioni fasciste e dei socialisti “abituati a vincere senza incontrare resistenze, senza esporsi a pericoli, abituati a vedere la borghesia e il governo piegar sempre il capo ai loro ultimatum, oggi avvertono che c’è qualcosa di mutato”.

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IL COMUNISMO IN ITALIA

Nel catechismo del perfetto comunista ci sono alcuni episodi che dovrebbero distinguere una volta per tutte il PCI dagli eventuali ‘errori‘ (N.d.R.: crimini) di Stalin e degli altri regimi comunisti sparsi in giro per il mondo.
Sto parlando della ‘svolta di Salerno‘ che secondo loro attesta la volontà del PCI di accettare la democrazia, della partecipazione di Togliatti alla costituente da cui nascerà la Costituzione della nuova Repubblica e della cosiddetta ‘via italiana al socialismo‘ annunciata dallo Stesso Togliatti nel 1956.
Per non parlare ovviamente dell”eroico‘ contributo del PCI alla lotta di liberazione.

I due episodi qui riportati, invece, domostrano tutta la falsità del partito e la sua totale dipendenza da Stalin.
Andiamo con ordine.
In due suoi scritti a gennaio e febbraio 1944 Togliatti esorta i suoi partigiani ad opporsi al governo Badoglio e a qualsiasi governo monarchico. I due scritti non sono frutto del solo Togliatti, ma erano, come d’abitudine, visti e approvati da Molotov.

L’ordine in pratica era il preludio alla rivoluzione bolscevica in Italia.

Poi a marzo 1944 Togliatti va dal suo capo, Stalin.

E qui apprende dalla bocca di Stalin stesso che i giochi sono già fatti e che, in caso di vittoria l’Italia resterà sotto influenza americana. E’ quindi necessario, gli dice Stalin, abbandonare temporaneamente la posizione contro il Re e contro Badoglio (testimonianza del leader comunista bulgaro Dimitrov pubblicata da Einaudi nel 2002).
Il mese seguente Togliatti a Salerno annunciò ai suoi che “la politica dei comunisti italiani era una politica di unità nazionale e di rinascita del paese; e che i partiti antifascisti dovevano pur non rinunciando alle loro posizioni di principio operare tutti assieme“. Disposto quindi a collaborare con Badoglio e con il Re, rinunciando ad impadronirsi del potere con la forza. Esattamente come gli aveva richiesto Stalin. Giorni dopo Togliatti veniva nominato ministro e prestaba giuramento nelle mani del Sovrano.

Togliatti però era un comunista e come tale avezzo al doppio gioco. La sua parola valeva come il due di picche e i discorsi e gli atteggiamenti pubblici avevano l’unico scopo di convincere gli altri che il PCI era ‘diverso‘ e ampiamente democratico. Nella realtà però agiva in tutt’altro modo, guardandosi bene naturalmente, quando scoperto, di assumersene le responsabilità.
Nello steso momento in cui giurava fedeltà al Sovrano, infatti, invitava i suoi partigiani a collaborare con i partigiani di Tito con queste parole:
“Compagni! Tutti i partigiani italiani operanti nell’Italia nord orientale debbono porsi disciplinatamente alle dipendenza delle unità del maresciallo Tito. Sono nemici del popolo tutti coloro che non intendono appoggiare il movimento di adesione alla Jugoslavia progressista e federativa di Tito. I territori della Venezia Giulia sono legittimamente sloveni e sugli stessi perciò il maresciallo Tito ha pieno diritto di giurisdizione“.

Forte di queste credenziali (e sfruttando in pieno la superiorità militare dei suoi partigiani) entrò a pieno diritto a far parte della costituente. A tale proposito è interessante rileggere la sua dichiarazione quando si cominciò a discutere dei rapporti tra Stato e Chiesa. Ecco cosa disse in quella occasione:
“Per quanto riguarda la prima parte, in cui si dice che lo stato e la chiesa cattolica sono organi nel proprio ordine indipendenti e sovrani, il gruppo comunista non ha difficoltà ad approvarla nella sua precisa formulazione. Quanto alle seconda parte dell’articolo, in cui si stabilisce che i rapporti fra stato e chiesa siano regolati dai Patti Lateranensi, è essa che ha formato argomento alle più appassionate discussioni, ma anche su questo punto l’orientamento suo e del suo partito è preciso ed esplicito. Fin dal 1946, in occasione del quinto congresso comunista, pose, e il congresso approvò, come postulati del partito i seguenti:

  1. Rivendicare la libertà di coscienza, di fede, di culto e di propaganda religiosa;
  2. considerare definitivamente chiusa la questione romana;
  3. affermare che i Patti Lateranensi, essendo strumento bilaterale, non possono essere modificati che bilateralmente.

La pace religiosa è stata permanentemente l’obiettivo del partito comunista. Ecco perchè la dichiarazione che egli è per fare potrebbe trasformarsi in un appello a tutte le altre parti della Camera di votare come i comunisti voteranno. Col suo voto egli comprende benissimo che la responsabilità che il partito comunista si assume è assai grave, più grave ancora di quella del partito socialista, ma il fatto essenziale è questo: la classe operaia non vuole scissione per motivi religiosi e non vuole intaccata l’unità morale e politica della nazione. Di queste due esigenze i comunisti non possono non tener conto.
Unico scopo che muove i comunisti è quello dell’unità delle masse lavoratrici in Italia. Per questa unità i comunisti voteranno a favore, e ciò facendo non credono di sacrificare nulla di se stessi, ma di contribuire alla ricostruzione del paese“. (Animati commenti in tutti i banchi e vivi applausi alla estrema sinistra). Era il 25 marzo 1947.

Belle e sante parole. Peccato che in quegli stessi giorni venissero platealmente ridicolizzate dalle ‘gloriose’ azioni dei suoi partigiani che massacrarono barbaramente almeno 130 preti nella sola Emilia. Un parziale elenco delle vittime lo trovate nel capitolo 25 (I Martiri del XX secolo).
E poco dopo fu consegnato ai compagni più fedeli un volantino contenete un decalogo del ‘perfetto’ comunista, ovvero le istruzioni su come dovessero comportarsi per favorire la ‘santa’ causa. Eccolo:

“Compagno propagandista,
Tu sei uno dei più validi strumenti. Perchè l’opera tua sia più efficace eccoti una breve guida per il tuo lavoro. Ricorda sempre che il nostro compito è bolscevizzare l’Europa tutta a qualunque costo, in qualunque modo.
Tuo compito è bolscevizzare il tio ambiente. Bolscevizzare significa, come tu sai, liberare l’umanità dalla schiavitù che secoli di barbarie cristiana hanno creato. Liberare l’umanità dal concetto di religione, di autorità nazionale, di proprietà privata.
Per ora il tuo compito è più limitato. Ecco un decalogo.

  1. Non manifestare ai compagni non maturi lo scopo del nostro lavoro: comprometteresti tutto.
  2. Lottare contro quanto, specie gli ipocriti pret, vanno dicendo di meno vero sui nostri scopi.
  3. Mostrare con scherzi, sarcasmi o con condotta piacevole, contenta, che ti sei più libero senza le pastoie della religione, anzi si vive meglio e si è più liberi.
  4. Specialmente è tuo compito distruggere la morale insegnando agli inesperti, creando un ambiente saturo di quello che i pudichi chiamano immoralità. Questo è tuo supremo dovere: distruggere la moralità.
  5. Allontana sempre dalla Chiesa i tuoi compagni con tutti i mezzi, specialmente mettendo in cattiva luce i preti, i vescovi, ecc.. Calunniare, falsare: sarà opportuno prendere qualche scandalo antico o recente e buttarlo in faccia ai tuoi compagni.
  6. Altro grande ostacolo al nostro lavoro: la famiglia cristiana. Distruggerla semonando idee di libertà di matrimonio, eccitare i giovani e le ragazze quanto più si può; creare l’indifferenza nelle famiglie, nello stabilimento, nello Stato; staccare i giovani dalla famiglia.
  7. Portare l’operaio ad amare il disordine, la forza brutale, la vendetta: e non aver paura del sangue.
  8. Battere molto sul concetto che l’operaio è vittima del capitalismo e dei suoi amici: autorità e preti.
  9. Sii all’avanguardia nel fare piccoli servizi ai tuoi compagni, parla molto forte, fatti sentire. Il bene che fanno i cattolici nascondilo e fallo tuo. Sii all’avanguardia di tutti i movimenti.
  10. Lotta, lotta, lotta contro i preti e la morale cattolica. Dà all’operaio l’illusione che solo noi siamo liberi e solo noi possiamo liberare. Non aver paura, quando anche dovessimo rimaner nascosti tre o cinque anni. L’opera nostra continua sempre perchè i cattolici sono ignoranti, paurosi e inattivi.

Vinceremo noi! Sii una cellula comunista! Domina il tuo ambiente!
Questo foglio non darlo in mano ai preti, nè a gente non matura alla nostra idea.”

Ma chi era Togliatti?
Togliatti era un criminale assassino, o meglio era un perfetto marxista. E per questo era ritenuto adatto a dirigere il PCI. Anzi era chiamato ‘il Migliore‘

Ma questo lo vedremo al prossimo capitolo.

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LO SQUADRISMO

Subito dopo la fine della Grande Guerra, i militari rimasti senza lavoro (in particolare Arditi) e attivisti dei Fasci di Combattimento e dei Futuristi si organizzarono in maniera più o meno spontanea in squadre per reagire alle iniziative dei socialisti. Queste reazioni – prettamente violente ma anche goliardiche e, soprattutto, dimostrative – avevano lo scopo di impedire la realizzazione anche in Italia di una rivoluzione comunista; ma si trattava anche di una risposta ad azioni di socialisti ed anarchici che venivano viste da fascisti e nazionalisti come provocatorie ed offensive verso la patria e i reduci di guerra, come l’erezione di monumenti di carattere pacifista, la contestazione a monumenti di tono celebrativo-patriottico, le aggressioni ad Arditi ed ufficiali dell’esericto, specie se nazionalisti o di estrazione borghese.

Successivamente, con l’incancrenirsi della lotta entrarono in gioco altre componenti: innanzitutto il padronato – tanto agricolo quanto industriale – che vedeva nelle squadre d’azione un mezzo per stornare il rischio di una rivoluzione bolscevica in Italia; poi il mito della “Vittoria mutilata”, secondo il quale l’Italia rinunciava a parte di ciò che si riteneva le spettasse di diritto (la Dalmazia, Fiume, compensi coloniali) dopo la vittoria sugli Imperi Centrali, per colpa tanto di governi inetti, quanto del “sabotaggio” dello spirito nazionale da parte della propaganda socialista, sostenendo la “pace senza compensi“

Con il consolidarsi del movimento fascista, l’azione delle Squadre iniziò ad assumere un carattere sistematico, in ordine non solo agli obbiettivi sopra citati, ma ad una vera e propria contro-rivoluzione ai danni tanto dei tentativi rivoluzionari socialist-bolscevichi, quanto dello stato liberale.

Convenzionalmente si ritiene che la prima azione squadrista vera e propria sia stato l’assalto al giornale socialista “Avanti” il 15 aprile 1919, poche settimane dopo la fondazione – in piazza San Sepolcro a Milano – dei Fasci di Combattimento (23 marzo 1919). Da quel momento in poi l’Italia viene scossa da una guerra civile strisciante – che costerà quasi 2000 morti – e che vedrà tre fazioni principali, dai contorni non sempre netti: i socialisti – intenzionati ad emulare l’esempio sovietico e a portare la rivoluzione bolscevica in Italia; i fascisti – decisi tanto a frustrare le intenzioni dei socialisti quanto a proporre una loro propria “rivoluzione nazionale dei lavoratori e dei trinceristi“; le istituzioni, generalmente deboli, irresolute, spesso pronte a chiudere un occhio sulle violenze fasciste (interpretate come il “male minore” rispetto a quelle dei socialisti), anche grazie all’azione politica di Mussolini, che usava il “bastone” dello squadrismo contemporaneamente alla “carota” delle trattative con i partiti politici di centrodestra disposti a venire incontro alle istanze fasciste in cambio della lotta contro la rivoluzione bolscevica.

Lo sviluppo del fenomeno squadrista diventa vigoroso quando, impostosi come valida risposta alla sinistra agli occhi dei ceti possidenti, questi cominciano, specialmente nelle campagne, a finanziare generosamente le squadre fasciste, addirittura con forme di vera e propria autotassazione degli agrari maggiormente preoccupati dallo sviluppo delle leghe contadine e bracciantili controllate dai “rossi”.

Le squadre normalmente sorgevano attorno ad un capo, che emergeva come ex combattente della Grande Guerra, o molto più facilmente, grazie al proprio carisma, alla spregiudicatezza e alle proprie capacità… fisiche. La presenza di ex arditi con il loro culto del capo.
rendeva le squadre estremamente disciplinate verso i propri “ras” (così verranno chiamati i capi delle squadre). Dagli arditi vengono anche mediate le tecniche d’assalto, e la tattica della “spedizione punitiva”, con la quale le squadre si riunivano contro un solo obbiettivo per guadagnare una temporanea superiorità numerica e colpirlo duramente. La composizione sociale delle squadre era varia, con una certa prevalenza di media borghesia. Molti erano gli ex ufficiali di complemento tornati dal fronte e ritrovatisi senza lavoro a causa della smobilitazione. Estremamente alta era la percentuale di universitari, ma non mancavano elementi di ogni classe sociale.

Lo squadrismo geograficamente fu un fenomeno principalmente legato al settentrione italiano, con grande importanza anche in Toscana e in Puglia. A causa del passaggio di molti esponenti dei movimenti massimalisti (sindacalisti rivoluzionari, socialisti, anarchici e repubblicani) al fascismo, proprio le roccaforti storiche delle sinistre furono quelle che videro – assieme a Milano – la massima fioritura dello squadrismo.
Tipica azione squadrista era la “spedizione punitiva“. Termine mutuato dalla celebre (ma sfortunata) azione austroungarica sul fronte degli Altopiani nel 1916, indicava un concentramento di uomini contro un solo obbiettivo, di norma una sede socialista o sindacale (ma anche di altri movimenti rivali, come i popolari, i repubblicani o perfino contro altri fascisti “eretici”), oppure contro esponenti dei suddetti movimenti. L’azione era condotta con metodi spettacolari, sguaiati e goliardici, tesi non solo a impaurire l’avversario, ma anche a scoraggiare eventuali suoi sostenitori più tiepidi, nonché a suscitare simpatia nell’ampia “area grigia” che non si intendeva schierare nè con l’una nè con l’altra parte. Gli squadristi si avvicinavano montando su camion aperti, cantando a squarciagola, agitando armi e manganelli, quindi assalivano praticando sistematica devastazione: le sedi o le case degli avversari venivano devastate, le suppellettili e le pubblicazioni propagandistiche bruciate sulla pubblica piazza, gli esponenti o i militanti delle fazioni avverse bastonati (“manganellati“) e costretti a bere olio di ricino. In non infrequenti casi queste azioni portavano alla morte delle vittime, per le percosse o – in certi casi – per intossicazione da ricino. Meno frequenti (ma niente affatto rari) erano gli scontri a fuoco o addirittura l’uso di armi da guerra illegalmente detenute.
(da Wikipedia)

Nel capitolo successivo alcune informazioni sul cosidetto ‘biennio rosso‘ che fu la causa della nascita dello squadrismo e dell’imporsi del fascismo.

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E ALLORA?

E allora certamente nell’Italia fascista, come d’altra parte in moltissimi altri paesi, compresi USA, URSS, Inghilterra e Francia, ci furono convinti anti-semiti. Di questi alcuni furono perseguiti, altri ebbero posti di prestigio nella neonata Repubblica.

Ci furono sicuramente le ‘leggi razziali‘ e il ‘Manifesto della Razza‘.

Ma ci fu anche dell’altro. Molto diverso e scomparso, chissà perchè, dai libri di testo.

A tale proposito riporto integralmente cosa scrive Filippo Giannini nel suo libro “Uno schermo protettore, Mussolini, il fascismo e gli ebrei“, edizioni Nuove Idee, Roma, 2006 (da leggere!):

<Navigando su internet alla ricerca di notizie su un Rabbino che operò in Italia e in Francia negli anni dell’ultima grande Guerra, mi sono imbattuto in un sito titolato: Fascismo e le persecuzioni degli ebrei, e ho letto questo titolo: Fascismo e le deportazioni: un documento prova la complicità di Mussolini nell’eliminazione degli ebrei croati. Qui di seguito riporto questo documento che, per la verità, fa parte della documentazione del mio volume sopracitato.

Ecco integralmente, questa trovata:

“La complicita’ di Mussolini con Hitler nella politica delle deportazioni è confermata anche dai diari dell’ambasciatore Luca Pietromarchi, di recente pubblicati da Olschki. ‘Bismarck si e’ rivolto al Ministero degli Esteri e ha preteso la consegna degli ebrei nelle regioni sotto il nostro dominio in Croazia per distruggerli‘. Con queste parole di sgomento, l‘ambasciatore Pietromarchi fissava nell’agosto 1942 la tremenda escalation antisemita della politica tedesca e le manovre italiane per raffreddare (allora c’erano queste manovre, nda) il piu’ possible le richieste naziste.
Come segnalatoci da un altro navigatore (il professor Matteo Luigi Napolitano), dall’esame delle altre carte dei Documenti Diplomatici Italiani emerge infatti che lo Stato Maggiore Generale (e in particolare il generale Roatta) espresse molti dubbi sull’opportunità di consegnare gli ebrei nella Croazia occupata dagli italiani. ‘In seguito a ciò – si legge in un appunto del Capo d’Uffcio di Collegamento con la seconda armata, Castellani, datato 3 dicembre 1942 – il Duce ha disposto:
1) Che detti ebrei vengano mantenuti tutti in campi di concentramento (e non vi sorge il dubbio che questo ordine fu dato per sottrarre quegli infelici ai tedeschi? nda);
2) che si proceda intanto, oltre che a determinare la pertinenza dei singoli internati, a raccogliere – in analogia alle richieste contenute nella sopra riferita proposta del Governo croato [di rinunciare alla consegna degli ebrei da parte italiana a condizione che costoro vengano internati in Italia e rinuncino a tutti i loro beni immobili in Croazia, n.d.a.] – le istanze che gli interessati stessi volessero liberamente presentare per rinunciare alla cittadinanza croata e alla proprietà di ogni bene immobile posseduto in Croazia. In relazione a quanto precede, Supersloda [l’organo responsabile dei campi di concentramento controllati da italiani] ha impartito istruzioni ai comandi dipendenti interessati di organizzare i campi di concentramento per un soggiorno prolungato’.”

Ed ecco il’Documento’:

Ministero degli Affari Esteri
Gabinetto
Appunto per il Duce

Bismarck ha dato comunicazione di un telegramma a firma Ribbentrop con il quale questa Ambasciata di Germania viene richiesta di provocare istruzioni alle competenti Autorità Militati italiane in Croazia affinchè anche nella zona di nostra occupazione possano essere attuati i provvedimenti divisati da parte germanica e croata per un trasferimento in massa degli ebrei di Croazia nei territori orientali.
Bismarck ha affermato che si tratterebbe di varie migliaia di persone ed ha lasciato comprendere che tali provvedimenti tenderebbero, in pratica, alla loro dispersione ed eliminazione.
L’Ufficio competente fa presente che segnalazioni della R. Delegazione a Zagabria inducono a ritenere che, per desiderio germanico, che trova consenziente il Governo ustascia, la questione della liquidazione degli ebrei in Croazia starebbe ormai entrando in una fase risolutiva.
Si sottopone, Duce, quanto precede per le Vostre decisioni.
Roma, 21 agosto 1942-XX>

A uno studioso serio non è difficile dimostrare che Mussolini non era uno Stalin, che regalò, a Hitler, nel periodo dell’alleanza Molotov-Ribbentrop, quando i due rispettivi Paesi invasero la Polonia, 600 ebrei catturati dall’Armata Rossa.
Mussolini, in base a documenti da me raccolti, mai consegnò, o dette ordine di consegnare, un solo ebreo ai tedeschi.

Vediamo come, secondo la vulgata resistenziale, l’adorabile tiranno (Bernhard Shaw) avrebbe favorito la soluzione finale, come viene comunemente intesa.

Lo sconvolgente documento, di cui abbiamo visto il testo, evidenzia la nota, con la classica matita rosso-blu: nulla osta. E questo sarebbe stato sufficiente, secondo certi ambienti, per classificare il documento come aberrante. Ecco perchè parlo di pinzellacchere ecc.: non esiste un solo documento che comprovi che quello scritto abbia dato seguito una consegna di qualche malcapitato ai nazionalsocialisti o agli ustascia.

Non uno.

Anzi, viste le situazioni precedenti a quel 21 agosto 1942 XX, e quelle successive, che ora esamineremo, quella sigla costruì un ulteriore escamotage per guadagnare tempo: esattamente come era stato fatto sino ad allora e come venne fatto successivamente. E inquadriamo qui solo la situazione degli ebrei nell’ambito jugoslavo, quello cioè riguardante lo sconvolgente documento scoperto dai due navigatori.

Le modalità del genocidio nelle terre balcaniche, messe in opera dalle milizie ustascia di Ante Pavelic, furono uniche pur nelle terribili vicende della Seconda Guerra mondiale. Su una popolazione di due milioni e 400 mila abitanti, fino a tutto il 1945 vennero trucidati un milione di serbi, fra i quali sei Vescovi e più di 300 religiosi cristiani-ortodossi. Mentre gli ebrei trucidati furono 50 mila.

La zona costiera dalmata fu occupata, per una profondità di 50 chilometri, àdalle truppe italiane e, di conseguenza, come negli altri Paesi sotto la giurisdizione delle milizie di Mussolini, divenne zona di rifugio per quanti erano soggetti alla persecuzione razziale nei territori sotto occupazione tedesca.

La visita del principe Bismarck nell’agosto 1942, di cui allo sconvolgente documento, era uno dei tanti tentativi effettuati dal Governo di Berlino per strappare al Duce il reale nulla osta e farsi così consegnare gli ebrei protetti dall’esercito italiano.
Tentativi senza esito tranne vaghe promesse, tese, ripeto, a guadagnar tempo.
E questo è dimostrato dal fatto che i tedeschi non allentarono la pressione, insistendo ripetutamente, il che dimostra – certo per chi vuol capire – che essi non avevano ottenuto nulla.

Infatti il 9 dicembre von Bismarck ritornò sulla questione e propose che gli ebrei venissero trasportati via mare a Trieste e da lì in Germania.
La risposta fu che la scarsità del tonnellaggio disponibile nell’Adriatico rendeva il trasporto impossibile.

Berlino allora inviò a Roma addirittura von Ribbentrop nel mese di febbraio 1943. Ed ecco cosa ho riferito, in proposito, a pag. 117 del mio libro: “Scrive Renzo De Felice ‘Per tutto cio’ che riguardava la questione ebrei, puntare i piedi era impossibile; sarebbe equivalso a mettersi irrimediabilmente in rotta con Hitler, che in questa materia era assolutamente intransigente (e un passo della lettera recata da von Ribbentrop lo confermava senza ombra di dubbio)‘”.

Così, messo alle strette, il Duce firmò l’ordine di consegna degli ebrei.

Per la scoperta, fatta dai resistenti, di un documento sconvolgente ancora si sentono i lai e le grida: “Ecco come il Duce ordinò di consegnare gli ebrei ai carnefici nazisti”.

E invece no: i resistenti, furbescamente trascurano alcune bazzecole, pinzellacchere, cosette da nulla.

E mi spiego. Sempre a pag. 117, ho scritto:

“Poi, ripartito il Ministro tedesco, confidò al generale Robotti:
‘E’ stato a Roma per tre giorni e mi ha tediato in tutti i modi il Ministro Ribbentrop che vuole a tutti i costi la consegna degli ebrei jugoslavi. Ho tergiversato, ma poichè non si decideva di andarsene, per levarmelo davanti, ho dovuto acconsentire, ma voi inventate tutte le scuse che volete per non consegnare neppure un ebreo. Dite che non abbiamo ecc., ecc.’”.

Esattamente come fu fatto per la visita di Bismarck dell’agosto 1942.

Qualora i resistenti volessero esaminare le lettere di ringraziamento per quanto fece il Governo di Mussolini, non hanno che da leggere gli oltre cento documenti che accompagnano il mio testo. E sono lettere con tanto di firma non solo di ebrei jugoslavi, ma anche greci, francesi, italiani. Ebrei (e non solo ebrei) che risiedevano sotto le leggi garantite dalle truppe fasciste.

Come ha scritto Leon Poliacov,  ‘Uno scudo protettore veniva eretto a protezione degli ebrei‘. Da qui il titolo del mio libro. Se non basta per soddisfarli posso ricordare quanto ha scritto George L. Mosse, docente dell’Università di Gerusalemme (Il razzismo in Europa, pag. 245):  ‘Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini‘.

So bene che smontare, anche se di poco, 60 anni di menzogne e’ impresa erculea; tuttavia voglio ricordare quanto ha testimoniato Salim Diamond (Internment in Italy, 1940-1945): “(…). Anche quando apparvero le leggi razziali, le relazioni con gli amici italiani non cambiarono per nulla (…). Nel campo controllato dai carabinieri e dalle Camicie nere gli ebrei stavano come a casa loro“.>

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L’ANTISEMITISMO FASCISTA

L’uguaglianza Fascismo – antisemitismo trova la sua giustificazione nelle leggi razziali emanate nel 1938 e conferma nel ‘Manifesto della razza‘ successivo.

A tale proposito vorrei fare alcune osservazioni.Premetto subito, a scanso di equivoci, che nell’universo fascista ci furono effettivamente due piccole correnti ‘razziste‘ (ma guarda, allora anche nel partito fascista c’era la dialettica !):

  1. il gruppo dei razzisti “spirituali” di Evola e
  2. quello dei razzisti “biologici” di Giovanni Preziosi e Telesio Interlandi (che ebbero tra i loro collaboratori il futuro leader democristiano Benigno Zaccagnini).

Julius Evola (filosofo): le sue concezioni antisemite, non sono basate su un razzismo biologico (gli Ebrei non potevano infatti essere considerati secondo Evola una razza, per le mescolanze subite nel corso della storia), ma spirituale. Egli oppone a livello tradizionale “Giudei” e “Ariani” (da “Arya“, gli antichi Indiani) nel nome di una differenza di spirito. In quegli anni scrive la prefazione all’edizione italiana dei ‘Protocolli dei savi di Sion‘. Dichiara che non ha importanza la non attendibilità storica dell’opuscolo visto che comunque lo stesso racconta una veridicità secondo lui attendibile sugli effetti ebraici di controllo della società (banche, stampa, mercato, politica) attraverso la dissoluzione culturale dall’interno. L’ebraismo è per Evola una colpa senza redenzione: «nemmeno il battesimo e la crocefissione cambia la natura ebraica».

Nel 1950 pubblica l’opuscolo ‘Orientamenti‘ e nel 1951 viene arrestato e processato per apologia del Fascismo e ispiratore di alcuni gruppi neofascisti. Difeso dall’avv. Carnelutti (antifascista) e da lui stesso, viene assolto con formula piena il 20 novembre 1950. Ecco parte della sua difesa tratta ‘Il cammino del cinabro‘ da lui successivamente scritto:

«Dissi che attribuirmi idee fasciste era un assurdo, non in quanto erano fasciste, ma solo in quanto, rappresentavano, nel fascismo, la riapparizione di principi della grande tradizione Politica europea di Destra in genere. Io potevo aver difeso e potevo continuare a difendere certe concezioni in fatto di dottrina dello Stato. Si era liberi di fare il processo a tali concezioni. Ma in tal caso si dovevano far sedere sullo stesso banco degli accusati: Platone, un Metternich, un Bismarck, il Dante del De Monarchia e via dicendo.»

Telesio Interlandi: fu per 20 anni il direttore del giornale il Tevere (fondato su invito di Mussolini e finanziato dallo stesso), a cui collaborarono Luigi Pirandello, Emilio Cecchi, Ungaretti e Cardarelli, Vitaliano Brancati,  Antonio Baldini, Nicola Pende, Alberto Moravia, Batoli e Mazzacurati, Elio Vittoriani, Corrado Alvaro, Carlo Ternari, Ercole Patti, Marcello Gallina, Aldredo Mezio, Massimo Lely, Mario Massa, Ardengo Soffici, Julius Evola, Luigi Chiarini e Umberto Barbato, Campigli e Bandinelli, Villaroel e, dal ’36, Giorgio Almirante poi divenuto redattore capo. Era un quotidiano senza cronaca nera: chi vuole la “nera” compra il “Messaggero“, diceva Interlandi.

Al direttore del “Tevere” sarà consentito di attaccare in prima pagina ministri in carica (Bottai ministro della Educazione Nazionale) o personaggi “intoccabili” del Regime (Marcello Piacentini, “patron” indiscusso dell’architettuta e dell’urbanistica fascista). E poteva gettare regolarmente nel cestino (e lo faceva platealmente, davanti a tutta la redazione) le quotidiane “veline” demenziali del Minculpop (“domani poco Papa“), inviando in sua vece alle riunioni convocate dal Ministro, l’ultimo praticante di redazione, ignorando le proteste dei vari Polverelli, Alfieri e Direttori Generali. Il “proto” nella tipografia del “Tevere” dal 1924 fino al 25 luglio 1943 era Galeotti, bravissimo e affezionato perché era un comunista, sempre rimasto tale, schedato come sovversivo dalla polizia e che quindi nessuno avrebbe mai fatto lavorare, salvo Interlandi, che garantiva per lui.

Dopo aver fondato il settimanale letterari “Quadrivio“. gli fu affidata in seguito la direzione del quindicinale “La Difesa della Razza“, fatto che lo rese bersaglio nel dopoguerra delle accuse più turpi.

Nel 1940 lasciò la direzione della rivista a Giorgio Almirante e si arruolò volontario nella Milizia Artiglieria Marittima sospendendo ogni attività letteraria. Durante la RSI cui aveva aderito, gli fu offerta la direzione del “Corriere della Sera”, che lui rifiutò.

Processato nel dopoguerra, fu assolto, ma visse sino alla fine nell’indigenza più completa. Fu infatti ‘epurato‘, cancellato dall’Albo dei giornalisti, sequestrati tutti i suoi beni considerati ‘profitti di regime‘ nonostante l’assoluzione del Tribunale che lo aveva processato. Morì nel 1965, subito dopo la morte della moglie.

Giovanni Preziosi: missionario nell’Opera Bonomelli in Westfalia, ebbe un grosso contrasto col console italiano e, persa la fiducia dell’Opera, si spretò. In quell’epoca (5 mesi) si occupò degli emarginati. Sull’emigrazione fondò la rivista ‘La vita italiana all’estero‘ che fu pubblicata dal 1913 al 1943.

Nel 1933 ebbe un incontro a Milano con alcuni esponenti dell’antisemitismo tedesco e scrisse il libro ‘Gli Ebrei, la passione e la resurrezione della Germania‘. Aderì al Fascismo e, tra l’altro. nel ’29 ebbe a dire in Parlamento, sostenendo che era inutile una politica per il Mezzogiorno: ‘nessun paese è mai progredito per opera e virtù del proprio governo“. Sostenne anche che: “Né quando si parla di consenso, il fascismo vuole che questo si manifesti facendo diventare tutti fascisti. Tutt’altro. Purtroppo oggi tutti sono diventati fascisti“, cosa che sconcertò ovviamente il partito.

Nel 1938 fu tra i firmatari del ‘Manifesto della Razza‘ e ricoprì incarichi ministeriali. Aderito alla RSI, sostenne con Hitler la poca convinzione dimostrata da alcuni membri del Governo (in particolare Guido Buffarini Giudi) nella repressione ebraica e se ne lamentò anche con Mussolini, che giudicava come ormai privo di forze.

Contrastò sempre Pavolini che aveva una cognata ebrea.

Ricoprì il ruolo di Direttore Generale per la demografia della razza e fu indubbiamente il campione dell’antisemitismo italiano. Si suicidò insieme alla moglie, a Milano, gettandosi dal balcone piuttosto che consegnarsi agli Alleati.
Ebbe fama di iettatore. Per questo motivo era spesso chiamato ‘l’innominabile‘. A questo riguardo Rudolph Rahn, ambasciator di Hitler a Salò, scriverà: «[…] il suo nome pronunciato in presenza di italiani, provocava immediatamente gesti di scongiuro, di paura, di difesa. Aveva fama di essere uno “iettatore” e certamente molti italiani credono che Mussolini non avrebbe fatto una fine così tragica se Preziosi non lo avesse accompagnato nel suo ultimo viaggio». In realtà, come detto, Preziosi non andò con Mussolini, ma restò a Milano dove in seguito si uccise.

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