I PRIMI 10 ANNI

Con l’inizio della Repubblica assistiamo a due fenomeni: l’inizio della corruzione che diventerà in pochi anni dilagante e lo sfascio morale del Paese che verrà portato avanti con rigore scientifico dalla sinistra capeggiata dal PCI.

La DC che in teoria avrebbe dovuto opporsi e smilitarizzare il PCI era in realtà un enorme calderone in cui c’era dentro di tutto. L’unica cosa che mancava era una precisa linea strategica per risollevare il Paese. Assisteremo quindi in maniera sempre più sfacciata a lotte interne che nulla hanno a che vedere col bene dell’Italia, ma sono vere e proprie faide di potere, dove per potere si intende la possibilità di guadagni illeciti. Per non essere disturbati si arriverà quindi ad accordi sottobanco con la sinistra cercando di legarla al carro e con i comunisti, lasciandoli liberi di occupare i settori ritenuti poco redditizi (scuola, giustizia) e riconoscendo loro una parte del sistema tangenziale.

Bisogna anche ricordare come gli avvenimenti della seconda guerra mondiale, che avevano visto l’Unione Sovietica dalla parte dei vincitori, avevano creato le condizioni migliori per dare credito alla sinistra .

L’Unione Sovietica, con l’ausilio dei vari partiti comunisti, non si lasciò sfuggire la ghiotta possibilità. Con abile propaganda e con le dovute pressioni era riuscita sin dalla fine delle ostilità a costruire il mito del ‘mostro’ nazista e ad ingigantire l’apporto dato dai comunisti per la sua sconfitta.

Per le ragioni che abbiamo già esaminato, la creazione del ‘mostro’ andava più che bene anche agli Alleati che così potevano distogliere l’attenzione mondiale dai loro crimini.

Di fatto la conseguenza fu che larghe fette di intellettuali accettarono, per torna conto, viltà o altri motivi, il teorema che indicava il Comunismo come combattente per la libertà e squalificava chiunque osasse indicare i crimini commessi dai comunisti come, ‘fascista, ‘revisionista’, ‘reazionario’ o, peggio ancora, ‘bugiardo’.

Costoro furono, e sono tutt’ora, i migliori alleati del comunismo e portano insieme ai comunisti la piena responsabilità di tutti i lutti che tale ideologia ha portato all’Umanità.

Come descritto nel capitolo precedente, i primi dieci anni del dopoguerra hanno visto diverse crisi nel comunismo in Unione Sovietica.

La ripercussione nel PCI non poteva che essere traumatica, non tanto nella dirigenza che conosceva bene la realtà dell’URSS, ma soprattutto nella base che era stata indottrinata a pensare all’URSS come al ‘paradiso sovietico’.

 

Risultava quindi quanto meno strano che felici cittadini di tale ‘paradiso’ decidessero di rischiare la propria vita per contestarlo.

Per risolvere questo inquietante interrogativo il partito con tutta la sua propaganda intervenne bollando i primi insorti come un ‘complotto’ americano, i secondi come ‘provocatori’ e, nel caso dell’Ungheria, come ‘teppisti’ e ‘provocatori’.

Nel caso però dell’Ungheria c’era però la televisione, inaugurata un anno prima, che, anche se pochissimi avevano l’apparecchi, mostrava la realtà così com’era.

Così, mentre la base del partito accettava ad occhi chiusi le balle dell’Unità e dei vertici del PCI, ci fu chi, tra gli intellettuali pretendeva un atteggiamento diverso e, preso atto del comportamento del partito, uscì allo scoperto con un manifesto di condanna.

Aderiscono all’appello tra gli altri, Antonio Maccanico, Alberto Caracciolo, Paolo Spriano, Lucio Colletti, Renzo De Felice, Elio Petri, Mario Tronti, Alberto Ascir Rosa, Carlo Muscetta, Natalino Sapegno, Delio Cantinori, Mario Socrate, Renzo Vespignani, Dario Puccini, Vezio Crisafulli, Giorgio Candeloro, Luciano Cafagna.

La dirigenza del PCI riusci a tenere unito il partito solo usando la mano pesante con espulsioni a raffica e campagne diffamatorie nei confronti di quanti non credevano più al mito dell’Unione Sovietica.

A fine anno si apre l’VIII congresso del PCI.

Togliatti è coinvolto in una furiosa battaglia all’interno del suo partito. All’interno ci sono gruppi di intransigenti ma anche gruppi radicali che dopo i fatti d’Ungheria vorrebbero prendere le distanze dal comunismo russo. Mentre altri mettono in discussione la leadership dello stesso Togliatti. Infine diversi intellettuali dopo l’appoggio e la giustificazione che un Togliatti poco convincente aveva dato nei riguardi dell’invasione sovietica in Ungheria, abbandonano il partito sdegnati (rientreranno alla spicciolata più avanti).

Il discorso di Togliatti inizia con l’analisi della situazione internazionale. Denuncia il ritorno aggressivo dell’imperialismo e la ripresa della guerra fredda e riconosce che gli «errati indirizzi politici seguiti nella costruzione di una società socialista» sono stati, per i comunisti italiani, «il fatto più importante» per spiegare ciò che in Ungheria è accaduto. Sottolinea il momento di difficoltà del movimento comunista, ammettendo che «la imitazione servile» del modello sovietico, «errata in linea di principio, doveva rivelarsi dannosa nella pratica» ed ha dato luogo, sia in Polonia che in Ungheria, a «difficoltà superflue, asprezze e squilibri pesanti». Togliatti conferma il «merito storico» avuto dall’Urss nella realizzazione della prima rivoluzione socialista e rivendica i grandi successi e la superiorità di quel sistema sociale, affermando: «Il posto che l’Unione Sovietica e il partito che la dirige occupa nel mondo socialista, di cui è l’asse e la forza suprema, è una realtà determinatasi storicamente e che non si può distruggere. Non vi è né Stato guida, né partito guida. La guida sono i nostri principi, gli interessi della classe operaia e del popolo italiano, la difesa permanente della pace e dell’indipendenza della nazione, i doveri della solidarietà internazionale. Seguendo questa guida, noi batteremo una strada del tutto nostra, che l’esempio e le esperienze dell’opera da titani che è stata compiuta e si compie nell’Unione Sovietica continueranno a illuminare».

Non vi è ovviamente alcun accenno ai crimini di Stalin, ma anzi una allucinante esaltazione di Stalin e del regime da lui imposto che viene definito come un faro luminoso nella storia dell’Umanità.

Davanti alla dura realtà, inconfutabile, di quanto era accaduto in Ungheria, la soluzione per Togliatti è quella di non considerare più l’Unione Sovietica come lo stato guida, ma guardarla unicamente come un grande esempio da seguire.

Lo stesso Togliatti, per dimostrare la sua indipendenza dall’URSS, firmerà l’anno seguente la condanna a morte di Imre Nagy.

Sempre nel 1957 verrà abolita la norma che imponeva a tutti i dirigenti che volevano fare carriera all’interno del partito, una visita obbligatoria, comprendente corsi di preparazione politica, nell’Unione Sovietica.

 

Dopo la morte di Togliatti la diga cedette e la segreteria di Luigi Longo fu caratterizzata da un progressivo allontanamento da Mosca che culminò nel 1968 con la rottura consumata sull’invasione della Cecoslovacchia. La successiva segreteria di Berlinguer trasformò ulteriormente il PCI da partito che aveva rotto con Mosca a partito che si schiererà con il blocco occidentale (denuncia della natura aggressiva del Patto di Varsavia, adesione della CGIL alle organizzazioni sindacali occidentali, riconoscimento della Nato ed ingresso nel suo comitato politico).

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