Il Triangolo della morte

Iniziamo ad esaminare quello che avvenne a guerra finita.

Le ‘radiose giornate‘ furono il frutto della convinzione dei partigiani comunisti che la battaglia era vinta e l’ora del soviet italiano fosse ormai imminente. Si trattava quindi di fare ‘pulizia‘, vale a dire eliminare chiunque avesse potuto in qualche modo opporsi al disegno comunista. Il come lo avevano già provato nella guerra di Spagna,  dove l’assassinio e la barbarie erano state a lungo e metodicamente messe a segno. Ricordo solo gli stupri e le suore, inchiodate alle porte delle chiese o dei conventi, cosparse di benzina e bruciate vive.

Si tattava quindi di applicare in Italia gli stessi metodi con meno pericoli (ormai non c’era più nessuno che potesse opporsi) in modo da instaurare un sano terrore nella popolazione e spianare la strada al comunismo.

Inizio riportando un brano illuminante di Rodolfo Ridolfi che inquadra quello che accadde a guerra finita.

“Ma cosa accadde veramente dopo la liberazione in provincia di Ravenna?

L’eliminazione fisica continuò ad essere metodo di lotta sia contro chi era ritenuto fascista sia contro i non comunisti presenti nello stesso movimento antifascista. Si trattò in molti casi di eliminazioni fisiche fredde, ciniche ed indiscriminate contro persone inermi, con punte di ferocia e spietatezza sconosciute in altre parti d’Italia.

Nella Provincia di Ravenna, nel cosiddetto «triangolo della morte»: Giovecca-Lavezzola-Voltana, sulla base dei rapporti dei Carabinieri, furono uccise e spesso occultate persone, qualcuno parla di oltre quattrocento «desaparecidos», ai quali vanno aggiunti quelli del comprensorio ravennate, di Massa Lombarda e della collina, un altro centinaio.

Fra i delitti più odiosi sono da annoverare: l’assassinio di Marino Pascoli, giovane giornalista e comandante partigiano di fede mazziniana, quello di Mario Baroncelli, direttore dell’Associazione Agricoltori della Provincia di Ravenna, quello di don Tiso Galletti, lo sterminio dei conti Manzoni, rimasto sostanzialmente impunito nonostante le condanne comminate con l’applicazione dell’indulto voluto da Togliatti, l’omicidio dell’ingegner Lionello Matteucci, avvenuto a Massalombarda l’8 maggio 1945, un delitto che dette inizio ad una serie di altri sei assassini.

La Regione, La Provincia ed i Comuni hanno stanziato e continuano a stanziare ingenti somme per celebrare le vittime del nazifascismo, per sostenere i vari musei e le associazioni partigiane, ma continuano ad ignorare le vittime del comunismo.

Sarebbe ora che il «tabù» fosse smascherato. Un’opera non di revisionismo, ma piuttosto una corretta e necessaria operazione di rimozione di falsità, menzogne e silenzi imposti dalla cultura comunista alla storia italiana degli ultimi 61 anni.

Affrontare il tema della «pacificazione» significa prendere atto che esistevano due modi spesso in buona fede di essere italiani e di amare l’Italia e che c’era poi chi non era interessato né all’un modo né all’altro perché non aspirava alla democrazia ma all’instaurazione della dittatura comunista nel nostro Paese ed è per questo che si accanì sui partigiani non comunisti, soprattutto quelli che non accettavano l’egemonia comunista, sui «borghesi» e sui tanti silenziosi ed innocenti «non comunisti».

Emblematico il caso Marino Pascoli, un giovane giornalista e leader politico antifascista: «Per quanto a noi noto, il Comune di Ravenna, sentito anche il parere della Circoscrizione di Mezzano, non ha in programma celebrazioni in quanto il sig. Marino Pascoli non risulta ufficialmente riconosciuto tra le categorie stabilite dall’apposita Commissione governativa, non essendo stato qualificato come Partigiano, né come Patriota, né come Benemerito», rispondeva la Regione alla mia richiesta di ricordarlo adeguatamente. Evidentemente le istituzioni governate dalla sinistra non vogliono che si diffondano quelle verità che Marino Pascoli raccontò sulla La Voce di Romagna del 6 dicembre 1947 e che furono la causa della sua condanna a morte.

Pascoli nell’articolo affermava testualmente: «Prima di tutto dobbiamo distinguere i partigiani veri dai partigiani falsi. I partigiani veri sono coloro che hanno corso sul serio dei rischi, che hanno combattuto con fede per la liberazione d’Italia e questi, a dir il vero, sono pochi.
I partigiani falsi che purtroppo sono la maggioranza, sono coloro che hanno fatto i teppisti mascherati, i collezionisti di omicidi, e che andarono in giro col mitra, quando non vi era più pericolo, a fare gli eroi.
Questa gente anche se è riuscita a munirsi di un brevetto o di un certificato, anche se oggi milita indebitamente nelle fila dei partigiani, non bisogna avere nessuna esitazione a chiamarla teppa. Teppa da reato comune, macchiata di sangue, di prepotenza e di ricatti…… Attenzione, partigiani veri, partigiani onesti, partigiani italiani e rimasti italiani, a non seguire coloro che vogliono vendere l’Italia allo straniero, altrimenti il vostro sacrificio sarebbe stato vano…L’organizzazione militare delle Brigate Garibaldine venne creata più tardi a rivoluzione d’Aprile conclusa. Quando contati i partigiani, rimpolpate le formazioni, aumentati gli effettivi, organizzate le forze comuniste e muniti i comandi di timbri e carta intestata, si procedette alla farsa della smobilitazione delle forze comuniste, si svolgeva, invece un’opera diametralmente opposta quella cioè di inquadrare ed organizzare per l’avvenire queste forze per un eventuale colpo di Stato…».

Alla luce di questo scritto si capisce perchè Marino Pascoli non debba essere considerato né partigiano, né patriota, né benemerito perché sprovvisto di quei timbri che denunciava si erano accaparrati dopo il 25 aprile tanti «finti partigiani» e molta «teppa».

Quante volte ancora dovremo assistere ad ex fascisti diventati eroi e medaglie dell’antifascismo, a comunisti che si ergono a paladini della democrazia, ad opportunisti democristiani che sono passati alla resistenza in tarda età.”

Rodolfo Ridolfi

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