Ancora il triangolo della morte

Ma cosa accadde veramente dopo la liberazione in provincia di Ravenna?

L’eliminazione fisica continuò ad essere metodo di lotta sia contro chi era ritenuto fascista sia contro i non comunisti presenti nello stesso movimento antifascista. Si trattò in molti casi di eliminazioni fisiche fredde, ciniche ed indiscriminate contro persone inermi, con punte di ferocia e spietatezza sconosciute in altre parti d’Italia.
Nella Provincia di Ravenna, nel cosiddetto «triangolo della morte»: Giovecca-Lavezzola-Voltana, sulla base dei rapporti dei Carabinieri, furono uccise e spesso occultate persone, qualcuno parla di oltre quattrocento «desaparecidos», ai quali vanno aggiunti quelli del comprensorio ravennate, di Massa Lombarda e della collina, un altro centinaio.

Fra i delitti più odiosi sono da annoverare: l’assassinio di Marino Pascoli, giovane giornalista e comandante partigiano di fede mazziniana, quello di Mario Baroncelli, direttore dell’Associazione Agricoltori della Provincia di Ravenna, quello di don Tiso Galletti, lo sterminio dei conti Manzoni, rimasto sostanzialmente impunito nonostante le condanne comminate con l’applicazione dell’indulto voluto da Togliatti, l’omicidio dell’ingegner Lionello Matteucci, avvenuto a Massalombarda l’8 maggio 1945, un delitto che dette inizio ad una serie di altri sei assassini.

La Regione, La Provincia ed i Comuni hanno stanziato e continuano a stanziare ingenti somme per celebrare le vittime del nazifascismo, per sostenere i vari musei e le associazioni partigiane, ma continuano ad ignorare le vittime del comunismo. Sarebbe ora che il «tabù» fosse smascherato. Un’opera non di revisionismo, ma piuttosto una corretta e necessaria operazione di rimozione di falsità, menzogne e silenzi imposti dalla cultura comunista alla storia italiana degli ultimi 61 anni.
Affrontare il tema della «pacificazione» significa prendere atto che esistevano due modi spesso in buona fede di essere italiani e di amare l’Italia e che c’era poi chi non era interessato né all’un modo né all’altro perché non aspirava alla democrazia ma all’instaurazione della dittatura comunista nel nostro Paese ed è per questo che si accanì sui partigiani non comunisti, soprattutto quelli che non accettavano l’egemonia comunista, sui «borghesi» e sui tanti silenziosi ed innocenti «non comunisti».

Emblematico il caso Marino Pascoli, un giovane giornalista e leader politico antifascista: «Per quanto a noi noto, il Comune di Ravenna, sentito anche il parere della Circoscrizione di Mezzano, non ha in programma celebrazioni in quanto il sig. Marino Pascoli non risulta ufficialmente riconosciuto tra le categorie stabilite dall’apposita Commissione governativa, non essendo stato qualificato come Partigiano, né come Patriota, né come Benemerito», rispondeva la Regione alla mia richiesta di ricordarlo adeguatamente. Evidentemente le istituzioni governate dalla sinistra non vogliono che si diffondano quelle verità che Marino Pascoli raccontò sulla La Voce di Romagna del 6 dicembre 1947 e che furono la causa della sua condanna a morte.

Pascoli nell’articolo affermava testualmente: «Prima di tutto dobbiamo distinguere i partigiani veri dai partigiani falsi. I partigiani veri sono coloro che hanno corso sul serio dei rischi, che hanno combattuto con fede per la liberazione d’Italia e questi, a dir il vero, sono pochi.
I partigiani falsi che purtroppo sono la maggioranza, sono coloro che hanno fatto i teppisti mascherati, i collezionisti di omicidi, e che andarono in giro col mitra, quando non vi era più pericolo, a fare gli eroi.
Questa gente anche se è riuscita a munirsi di un brevetto o di un certificato, anche se oggi milita indebitamente nelle fila dei partigiani, non bisogna avere nessuna esitazione a chiamarla teppa. Teppa da reato comune, macchiata di sangue, di prepotenza e di ricatti…… Attenzione, partigiani veri, partigiani onesti, partigiani italiani e rimasti italiani, a non seguire coloro che vogliono vendere l’Italia allo straniero, altrimenti il vostro sacrificio sarebbe stato vano…L’organizzazione militare delle Brigate Garibaldine venne creata più tardi a rivoluzione d’Aprile conclusa. Quando contati i partigiani, rimpolpate le formazioni, aumentati gli effettivi, organizzate le forze comuniste e muniti i comandi di timbri e carta intestata, si procedette alla farsa della smobilitazione delle forze comuniste, si svolgeva, invece un’opera diametralmente opposta quella cioè di inquadrare ed organizzare per l’avvenire queste forze per un eventuale colpo di Stato…».

Alla luce di questo scritto si capisce perchè Marino Pascoli non debba essere considerato né partigiano, né patriota, né benemerito perché sprovvisto di quei timbri che denunciava si erano accaparrati dopo il 25 aprile tanti «finti partigiani» e molta «teppa».

Quante volte ancora dovremo assistere ad ex fascisti diventati eroi e medaglie dell’antifascismo, a comunisti che si ergono a paladini della democrazia, ad opportunisti democristiani che sono passati alla resistenza in tarda età.

Una terra come la nostra, che prima di essere comunista fu in tanta parte così fascista, dovrebbe avere il coraggio di porre fine a oltre sessant’anni di nebbia densa di imbarazzo, rimarcando l’ipocrisia, la fragilità, lo spirito di accomodamento, anche la pavidità, di cui diede prova larghissima parte degli italiani, intellettuali in testa, che, come lamentò l’esule Salvemini, avevano baldanzosamente esibito le loro idee socialiste, comuniste e cattoliche solo in tempi di bonaccia per poi ritornare facili eroi del 25 aprile
Rodolfo Ridolfi

«Noi chiamammo poco tempo fa l’Emilia “Messico d’Italia”, ma ciò è ingiusto perché piuttosto si deve dire che il Messico è l’Emilia d’America.

Cose terribili succedono a Castelfranco Emilia e gente ci manda lettere piene di terrore elencando assassinii.
Quarantadue persone sono già state soppresse misteriosamente per cause di politica o di vendetta,
in uno spazio di pochi chilometri quadrati, in piena pianura. E la gente sa, ma non parla perché ha paura».

Così scriveva Giovannino Guareschi nel maggio 1946, a proposito della mattanza che si andava profilando nella terra a lui cara, la pianura che si stende lungo l’antica Via Emilia, con vertici a Bologna e Reggio e centro a Ferrara.
Qui la guerra partigiana si prolungò nel tempo, ben oltre il 25 aprile del 1945 (data della fine della guerra), disseminando di migliaia di cadaveri le campagne.

E qui venne coniato il termine «triangolo della morte», con cui all’inizio si intese definire il territorio tra i Comuni modenesi di Manzolino, Castelfranco e Piumazzo; più tardi esso si allargò progressivamente anche alle province di Reggio Emilia, Bologna e Ferrara.

Nel «triangolo della morte» si verificarono, fino al settembre 1946, efferati omicidi ascrivibili a bande di partigiani, prevalentemente di area comunista. Non si trattò, quindi, di caduti in guerra, ma di esecuzioni sommarie e di rappresaglie personali senza processo.
La maggior parte delle vittime aveva poco o nulla a che fare con la politica: spesso il loro crimine, agli occhi dei partigiani, era quello di incarnare l’ideale cattolico che si opponeva alla realizzazione del loro sogno comunista.
E tante di quelle morti sono rimaste tuttora sconosciute all’opinione pubblica.

Come quella dei sette fratelli Govoni, uno solo dei quali era qualificabile come fascista, e di cui l’ultima, Ida, ventenne, era madre di una bimba di pochi mesi: vennero tutti trucidati ad Argelato, l’11 maggio 1945, e i loro corpi trovati solo nel ’51.

O come le decine di persone trucidate all’interno del castello Guidotti di Fabbrico (Reggio Emilia), dove dal 23 aprile alla fine di maggio 1945 furono rinchiusi da 50 a 70 prigionieri, uomini e donne, militari e civili: dentro la prima stanza dell’ala est avvennero torture e sevizie allucinanti, a molti furono cavati gli occhi, altri furono portati fuori e sepolti dove capitava, ancora agonizzanti o finiti a badilate.

L’elenco delle vittime del «triangolo della morte» emiliano (diverse migliaia, forse addirittura tra le 12.000 e le 15.000, secondo le ricerche più recenti) dimostra che il massacro era politicamente diretto.

Nulla avvenne per caso, ma fu affidato ad una regia di base e di vertice mossa da intenti precisi. Vi era il progetto, cioè, di eliminare in primo luogo i sacerdoti, gli industriali e i cosiddetti «nemici di classe» dei comunisti.

Scrive lo storico e saggista Massimo Caprara (già segretario di Palmiro Togliatti) in un illuminante articolo pubblicato sulla rivista Il Timone (n° 39, gennaio 2005): «A capo delle liste furono collocati i religiosi. Valga il caso cruento del sacerdote don Umberto Pessina, parroco di S. Martino di Correggio, ucciso il 18 giugno 1946. L’ex deputato comunista e comandante di un distaccamento partigiano, Giannetto Magnanini, ha rivelato in un libro recente che il delitto, allora rimasto oscuro, fu opera precisamente della ronda comandata dal dirigente provinciale comunista di Reggio Emilia. Il Partito Comunista non solo fu diretto esecutore ma anche paradossale accusatore, provocando la condanna di falsi colpevoli nelle persone di Germano Nicolini, Elio Ferretti e Antonio Prodi, innocenti. Don Pessina aveva tentato di difendersi: fu colpito nel corso della colluttazione e impietosamente finito».

Oltre all’incredibile cifra di novantadue religiosi (sacerdoti e seminaristi) uccisi per mano dei partigiani comunisti nella sola Emilia Romagna, va rammentato che pagarono un tributo di sangue anche numerosissimi laici.
Tra questi spicca la nobile figura di Giuseppe Fanin, apostolo dell’idea cristiana tra i braccianti e i contadini, ucciso vicino a Bologna il 4 novembre 1948, a soli ventiquattro anni, a causa del suo impegno di attuazione pratica della dottrina sociale della Chiesa.

Altro settore preso di mira: quello dei dirigenti e proprietari d’industria.
Fra questi, il direttore delle Officine reggiane, Arnaldo Vischi, ucciso il 31 agosto 1945.

Furono colpiti, insomma, soprattutto sacerdoti e industriali, obiettivi esemplari dell’ideologia classista marxista.

Anche don Dario Zanini, anziano parroco di Sasso Marconi (BO), nonché autore di un volume coraggioso quale Marzabotto e dintorni, si dice convinto che «l’ostilità verso la Chiesa c’entrava molto nei delitti commessi dopo la guerra, molto più che in quelli commessi durante il conflitto. Da noi, dopo il 25 aprile, esplose una faziosità incredibile, che aveva l’obiettivo di scardinare gli elementi religiosi, le associazioni cattoliche. Ad alto livello nel Pci c’era un vero e proprio progetto ideologico. C’è stata per esempio una capillare organizzazione per far riparare all’estero i responsabili dei delitti, in Jugoslavia o a Praga. La Resistenza da noi fu la preparazione per la consegna dell’Italia oltrecortina e la regolarità con cui avvenivano gli eventi faceva trapelare l’esistenza di un processo complessivo».

Insomma, per dirla con Paolo Mieli: «Il numero di preti fatti fuori in quegli anni è davvero incredibile.
Don Pessina, don Galletti, don Donati e tanti altri: non c’entravano nulla con i fascisti, al massimo avevano benedetto qualche salma di fascista ucciso, forse aiutavano la Dc a raccogliere voti…
La verità è che furono uccisi da comunisti e che nessun assassino fu denunciato dal Pci.

Pci che, invece, cercò in ogni modo di far cadere un velo su quegli eccidi. «Una mano assolutoria definitiva agli assassini del “triangolo” – conclude Caprara nel suo articolo – venne data dal segretario generale del partito, Togliatti. Lo strumento usato fu quello di un’amnistia generalizzata che finì con il comprendere anche responsabili di delitti della Repubblica di Salò. Essa fu promulgata nel giugno 1946 e venne elaborata con il chiaro intento di seppellire un periodo scomodo per la storia comunista del dopoguerra. Togliatti era allora, dal 21 giugno 1945, membro del governo italiano, guardasigilli e responsabile dell’ordine giudiziario che avrebbe dovuto colpire inesorabilmente le vendette operate dagli ambienti partigiani. Così non fu: avvenne anzi il contrario e… giustizia non è stata fatta».
Vincenzo Merlo

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