PERCHE’ TANTA BARBARIE?

La storia della Resistenza è costellata da episodi orrendi che sembrano, visti con gli occhi di oggi, assurdi e incredibili.
In realtà tali peisodi non furono nè casuali, nè sporadici, ma seguivano una linea strategica ben precisa e già collaudata alla nascita dell’Unione Sovietica.Alcuni delitti furono compiuti da personaggi non inquadrati politicamente, delinquenti della peggior risma che trovavano nella situazione la possibilità di dar sfogo ai loro istinti più bestiali. Altri invece furono opera di funzionari del nascente PCI e seguivano la linea politica del partito.
In entrambi i casi gli autori potevano essere sicuri sulla totale copertura da parte del partito che li avrebbe difesi anche negli anni a venire.Lo scopo di tutto ciò era mettere le basi per l’instaurazione in Italia di un regime sovietico.
Mettere le basi significava in primo luogo eliminare tutti coloro che in qualche modo avrebbero potuto contrastare l’ascesa del nuovo regime: le persone più influenti dei paesi (parroci, medici condotti, piccoli proprietari, indiustriali, questori, partigiani non comunisti, eccetera.E non bastava la semplice eliminazione fisica. Occorreva che tale eliminazione fosse la più barbara possibile. Solo così si sarebbe raggiunto il duplice scopo di togliere di mezzo un potenziale avversario e nel contempo incutere nella popolazione un tale terrore da indurla ad accettare un nuovo tiranno per paura di conseguenze peggiori.A coloro che spinti dal terrore andavano ad ingrossare le fila del partito, veniva ovviamente offerto un salvacondotto. L’unica clausola era che si adeguassero alla nuova situazione e prendessero parte alle stragi nelle maniere loro più consone: o sul campo o nei settori dell’informazione, dell’educazione e della giustizia. fu così che in pochissimo tempo il PCI raggiunse l’egemonia nell’informazione e nell’educazione e, più tardi, anche nella giustizia. Intere generazioni di scrittori, storici e professori si sono prestati ad avvalorare le tesi loro imposte rifutandosi sempre di guardare in faccia (e descrivere) la realtà.
Fu questo che rese possibile in Italia il mito di Stalin, che rese possibile l’appello dei 101 a favore della repressione sovietica in Ungheria, e, in breve, fu questa la ragione di tutti quegli innumerevoli casi che videro eminenti uomini di cultura schierarsi contro la verità a fianco del partito.
Occorre ricordare che costoro erano ‘eminenti‘ proprio per l’appoggio del PCI, che era in grado di decidere chi fosse da elevare agli altari e chi fosse invece da dimenticare.

L’accordo di Yalta aveva impedito al partito di Togliatti di prendere il potere con la forza. Non restava quindi che la possibilità di aumentarne al massimo l’influenza con la speranza di arrivare al traguardo per altre vie.

Il primo successo, che paghiamo ancor oggi, fu ottenuto tramite la partecipazione, in posizioni di forza, alla Costituente.

In tale sede infatti si gettarono le basi del nuovo Stato ancorandole profondamente nell’antifascismo. In altre parole, invece di andare verso una riappacificazione e di porre le fondamenta su qualcosa di condiviso da tutti, si preferì mantenere aperta la divisione.

A tal proposito cito le parole di Ernesto Galli della Loggia:

“Di fronte a tanta meschinità, assicurarsi il consenso dei cittadini italiani sarebbe stata impresa fin troppo facile per i partiti fondatori della Repubblica italiana se questi non avessero commesso l’errore di ricercare la fonte della propria legittimazione laddove non avrebbero mai potuto trovarla, ovvero nell’antifascismo. … Sarebbe stato proprio l’antifascismo ad avere impedito di rifondare la coscienza italiana su basi nuove e solide. La Resistenza non ha rappresentato per gli italiani un’esperienza condivisa e, pertanto, non ha potuto fungere da elemento unificante della coscienza nazionale. Per di più, non sarebbe stata la Resistenza a sconfiggere il fascismo poiché essa era priva dei mezzi necessari per raggiungere tale scopo. Non che facessero difetto la volontà, l’impegno o il coraggio; semplicemente mancavano le risorse. Il solo, vero protagonista sarebbe stato l’esercito alleato. La Resistenza, dunque, si è appropriata di un riconoscimento che non le spetta, attribuendosi indebitamente il ruolo di liberatrice dell’Italia dai nazi-fascisti, quando in realtà avrebbe svolto un ruolo di semplice comparsa. Ma non è soltanto un motivo “militare” ad averle impedito di rifondare la coscienza nazionale degli italiani. Essa non avrebbe potuto essere protagonista di una simile impresa anche per le laceranti divisioni, ideologiche e programmatiche, che al suo interno vedevano contrapposti comunisti e cattolici. I primi si battevano contro il nemico con l’obiettivo di instaurare in Italia, una volta vinta la guerra, un regime socialista di stampo sovietico. I secondi, invece, contrastavano tale progetto, scorgendo poca differenza tra il regime di Hitler e quello di Stalin, e si battevano con la stessa determinazione contro entrambi i rischi. “

Il realtà non fu un errore , come dice della Loggia, ma fu tenacemente perseguito dal partito che, solo così, poteva trovare una qualche legittimazione morale e politica nello Stato che vedeva la luce.

Nei prossimi capitoli, come annunciato, entreremo più dettagliatamente negli orrori commessi.
Sono episodi della nostra storia poco conosciuti, assenti per la maggior parte dai libri scolastici, cancellati (per fortuna non completamente) da sessanta anni di retorica resistenziale.

Ancora oggi una parte consistente della sinistra si rifiuta di parlarne, se può cerca di negarli e si oppone anche con la violenza se in qualche Università uno sprovveduto professore pensa di organizzare un convegno di studio su uno qualsiasi di tali episodi.
Chi sgarra (vedi Bocca), anche se sino a quel momento era indicato come uno tra i più sagaci ed illuminati pensatori, scrittori o storici, viene immediatamente etichettato come ‘fascista‘ (o ‘revisionista‘) e quindi degno di essere messo al rogo.
Per fortuna, però, i tempi sono oggi un po’ cambiati. L’accusa di ‘fascista‘ lanciata dal PCI che nel secolo scorso avrebbe automaticamente ucciso civilmente chiunque cui fosse stata rivolta, oggi ha un effetto molto più blando.
Ecco quindi, sia pure timidamente, che cominciano ad affiorare le verità ‘scomode‘.

Sorge a questo punto la domanda: perchè i democristiani, che nel 1948 ottennero una schiacciante vittoria elettorale, non si opposero a tutto questo?
La risposta a mio parere può avere diverse sfaccettaure, che, sommate , spiegano il oro comportamento.

La prima, fondamentale, era la forza, anche armata, che allora aveva il PCI e di cui gli altri politici avevano indubbiamente paura. Una nuova, snguinosa guerra civile non era certo il massimo che ci si potesse allora augurare.
Un altro motivo risiede in quanto ho esposto sopra. Il PCI con la strategia del terrore e la sua capillare propaganda era riuscito in qualche modo ad avvalorarsi come l’arbitro che poteva, da solo, individuare chi era e chi non era ‘fascista‘. Con tutto quello che allora l’etichetta di ‘fascista‘ poteva comportare.
Molti democristiani, come del resto quasi tutti gli iscritti al PCI, provenivano dal partito Fascista e quindi avevano la necessità di far dimenticare la loro provenienza. E ciò poteva avvenire solo col consenso del PCI.
La lotta alla penetrazione del PCI nei gangli dello Stato sarebbe stata dura e difficile, e non avrebbe portato guadagni immediati e concreti. Meglio quindi mettersi d’accordo e lasciare mano libera ai comunisti verso l’Intellighenzia, tenendo invece per sè la gestione degli affari economici. Si assiste quindi ad un accordo, ovviamente sotto banco, che sembra accontentare tutti, ma che in realtà è l’origine profonda dei mali dell’Italia di oggi.

Che la strategia comunista fosse giusta lo si vede chiaramente se si considera dove è stata applicata maggiormente la teoria del terrore.

Non è un caso che le regioni ‘rosse‘ d’Italia siano tradizionalmente la Liguria, la Toscana, le Marche, l’Umbria e l’Emila Romagna.

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