L’omicidio Mussolini e l’oro di Dongo

Alla fine della guerra si arriva all’assassinio di Mussolini.
Dico assassinio sapendo bene cosa dico.
Mussolini fu infatti ucciso senza nemmeno l’ombra di un processo ed in piena violazione delle condizioni poste dall’armistizio che tassativamente stabilivano dovesse essere, nell’eventualità di una cattura, consegnato vivo agli Alleati.

Perchè dunque fu assassinato.

Non certamente per in un impeto di odio.
Fu trattenuto per un paio di giorni e, tutto sommato, in quel periodo fu trattato bene. Poi, su ordine del PCI, venne assassinato.
Il motivo era che non si voleva assolutamente, per tre ragioni, che potesse in qualche modo dare la sua versione dei fatti in un Tribunale. La prima ragione riguarda il ‘famoso’, quanto misterioso ‘carteggio’ con Churchill che presumibilmente aveva con sè. Carteggio che, se esibito, non solo peteva portare a condizioni migliori nel trattato di pace, ma soprattutto poteva diminuire, e di molto, la responsabilità della guerra. La seconda che un suo processo avrebbe portato in causa tutti coloro che erano stati fascisti. La terza ragione era che ai comunisti occorreva il ‘mostro’

Ricostruiamo gli ultimi giorni.

25 APRILE – ORE 8 -Al collegio dei Salesiani di Via Copernico, nella biblioteca del collegio milanese, alle ore 8 del mattino del 25 aprile, si riunirono Marazza, Pertini, Arpesani, Sereni e Valiani. Ci fu la riunione più risolutiva del Clnai. Approvarono il primo decreto: “Tutti i poteri al Clnai”; il secondo riguardava l’amministrazione della “giustizia”. Cioè le sentenze di morte (un po’ all’ingrosso!). E tra queste fu anche decisa l’eliminazione di Mussolini. Il Duce non doveva essere consegnato agli americani!

25 APRILE – ORE 16 – Mussolini ignaro di quanto è stato deciso in via Copernico, dalla prefettura si reca in Arcivescovado; nell’incontro con il cardinale Schuster propone o riceve la proposta di arrendersi. L’invito del prelato che intercede per conto degli alleati, è di arrendersi senza condizioni; per la sua incolumità gli ha già preparato una stanza per la notte, in attesa dell’arrivo degli alleati per poi a loro consegnarsi. Sono invitati a partecipare e a esaminare le condizioni i rappresentanti del CLN-AI. Sono i moderati ACHILLE MARAZZA (DC), GIUSTINO ARPESANI (PLI), RICCARDO LOMBARDI (PdA).
L’unico che non sa ancora nulla é SANDRO PERTINI (PSIUP) che il mattino in via Copernico aveva una sola idea “Mussolini doveva arrendersi senza condizioni, e poi sarebbe stato passato per le armi” ( lo scrive lui, nelle sue memorie).

25 APRILE – ORE 17.30 – Ritorniamo nella sala del cardinale e al dialogo che si é svolto nei pochi minuti. Il CLN-AI detta le condizioni:

  1. L’esercito e le milizie fasciste consegneranno le armi e verranno fatti prigionieri con le norme della Convenzione di Ginevra.
  2. Le famiglie dei fascisti, come tali non avranno alcun fastidio, ma tutti devono abbandonare Milano.
  3. Mussolini deve consegnarsi al CLN-AI.

Sembra tutto filare liscio, Mussolini nella stanza del cardinale sembra quasi soddisfatto anche se non sa la sorte che lo aspetta; ma a rovinare tutto é  GRAZIANI che si fa uno scrupolo: quello di non volere tradire i tedeschi, non informati della resa. PAOLO ZERBINO reagisce e non può trattenere di dire quello che ha saputo da poche ore: comunica a tutti i presenti che WOLF ha già trattato la resa. Il cardinale Schuster che già sapeva, conferma la notizia. Mussolini é furibondo e indignato ” Ci hanno sempre trattati come schiavi e servi e alla fine mi hanno anche  tradito”. Crolla dunque nell’indignazione il dialogo; Mussolini chiede di poter ritornare in prefettura per prendersi un’ora di tempo e per deliberare non sentendosi più  legato ai “traditori tedeschi – e aggiunge- e poi dicono di noi!” .

25 APRILE – ORE 19 – Irrompono in arcivescovado (mentre Mussolini vi sta uscendo) EMILIO SERENI, e LEO VALIANI con SANDRO PERTINI che brandisce una pistola in pugno. Dalla foga salendo le scale ha incrociato un gruppo di persone, in mezzo alle quali c’è Mussolini, ma non lo ha notato. (“Gli avrei sparato subito” dirà in seguito)
Entra impetuosamente e quasi insulta il cardinale quando il prelato gli riferisce  i tre punti esposti da Mussolini per la resa. “Mai! Deve solo consegnarsi a noi”, “per cosa fare?” chiede il Card. Schuster, “Questa é cosa che non la riguarda” risponde Pertini. E rivolgendosi agli altri “siete stati tutti giocati”. Monsignor Bicchierai presente riferisce anche altro nelle sue Memorie “Uno dei tre ci minacciò pure…”per voialtri c’é un colpo di rivoltella pronto”.

25 APRILE – ORE 20 – CARLO TIENGO che ha assistito alla scena corre ad avvisare Mussolini in prefettura ” Vi vogliono uccidere, stasera stessa”. Mussolini viene quindi dissuaso o  ritiene lui stesso di non doversi più recare in arcivescovado; decide di fuggire a Como per incontrarsi con un misterioso emissario di Churchill. Ha con sé una cartella con importanti documenti di cui parleremo più avanti.

26 APRILE – Giunto a Como Mussolini si dirige verso Menaggio; qui passa la notte; lo raggiunge la sua inseparabile amante Petacci, e la mattina successiva si aggrega a una colonna di automezzi tedeschi che in ritirata e quasi indisturbati si stanno avviando verso il confine svizzero per il rientro in Germania. Tenterà inutilmente due volte di sganciarsi da loro per raggiungere attraverso i monti il confine. Ma i tedeschi non lo perdono di vista.
Salito su un camion vestito con un cappotto e un elmetto tedesco, a un posto di blocco a MUSSO (il destino!), MUSSOLINI viene riconosciuto da due partigiani saliti sul camion per un controllo. I tedeschi in ritirata li lasciano passare indisturbati,  ma i partigiani quel sistema dei fascisti in fuga di mimetizzarsi con i tedeschi  lo conoscono già, quindi fanno le perquisizioni su ogni mezzo. Ed ecco che su uno di questi trovano nascosto Mussolini.  I due partigiani sono PEDRO (Pier Bellini delle Stelle), e BILL (Urbano Lazzaro). Mussolini viene dunque catturato e portato in un casolare a passare la notte (nel frattempo é stata catturata anche la Petacci) mentre la notizia rimbalza fino a Milano, e nella notte “qualcuno” parte per fare, si dirà, “giustizia” in “gran fretta“.

28 APRILE – Mussolini con altri cinquantuno fascisti fra cui 16 gerarchi sono consegnati (“si racconta“) al colonnello VALERIO (WALTER AUDISIO) all’alba giunto da Milano a Dongo. Convocato un improvvisato Tribunale di guerra, con un rapidissimo processo sommario in base (“si dice“) alle disposizioni del CLM-AI, sono tutti condannati a morte e fucilati nella piazzetta di Dongo davanti a tutta la popolazione, mentre Mussolini e la Petacci portati fuori Dongo a Giulino di Mezzegra, fatti scendere dall’auto davanti a un cancello (“si dice“) sono stati giustiziati. In effetti dopo le rivelazioni fatte dal segretario di Palmiro Togliatti, MASSIMO CAPRARA il 23 gennaio del 1997, a sparare a Mussolini fu ALDO LAMPREDI; Togliatti per non offuscare la popolarità di uno dei capi storici del PCI, diede invece la celebrità a Walter Audisio che (“si dice“) recitò la parte per anni.

Delle due verità sembra che nemmeno questa di Togliatti sia quella giusta. Infatti arrivano le clamorose rivelazioni di BILL (Urbano Lazzaro) di Vicenza, che ora vive a San Paolo del Brasile. Il 27 agosto sul Borghese ha dichiarato con tutta la sua piena responsabilità che “Valerio non era Walter Audisio, come si continua a raccontare da due generazioni, ma LUIGI LONGO, Comandante generale delle Brigate Garibaldi,  a quell’epoca numero due del partito comunista dopo Togliatti. Egli nell’ordinare le fucilazioni di Dongo, non eseguì affatto un legittimo ordine del governo di Sua Maestà il luogotenente, ma una disposizione interna del PCI e dunque dell’Armata Rossa sovietica, di cui il PCI, era la longa manus in Italia“. Scopriremo più avanti un altro particolare, coincidente, che legato a queste dichiarazioni fanno diventare il tutto abbastanza credibile.
(ma sulle ore dell’esecuzione di Mussolini e la Petacci qualcosa non quadra)

29 APRILE – Eseguite le condanne, raccolti i cadaveri dei giustiziati su un camion, si parte per Milano nella notte; i corpi massacrati sono scaricati all’alba sul selciato di Piazzale Loreto e lasciati il balia della folla imbestialita che si avventa assetata di sangue per vedere lo “spettacolo“. A terra i cadaveri ricevono lo scempio, calci, sputi, dileggio, “una donna ha scaricato contro il cadavere di Mussolini cinque colpi di rivoltella“.( Comun. Ansa, 29 aprile  irradiato alle ore 13.30)”.

La folla si accalca sempre più numerosa, la moltitudine vuol vedere, si pigia e si fa largo a forza di spinte, preme, spinge, urla. Tutti vogliono vedere. Qualcuno ha la “brillante” idea macabra di prendere i corpi e appenderli per i piedi al traliccio di un chiosco di un distributore di benzina della Standard,  dove rimangono esposti “al pubblico” in un modo oltre che tragico, anche osceno. La donna più famosa d’Italia, odiata, disprezzata, per anni invidiata e chiacchierata, appesa per i piedi mostra in quel modo le sue vergogne. Una donna presente forse offesa dalla sua dignità di donna, si sfila una spilla, raccoglie e ricompone la gonna della sciagurata. Le “vergogne” sono cosi occultate, la “vergogna” di quello spettacolo invece no. Quello scempio tribale non fu una liberazione, ma un incubo che un popolo di milioni di italiani vedrà chissà fino a quando, oltre la stessa esistenza delle varie generazioni che vi hanno o no assistito.

Sandro Pertini, raccontò Leo Valiani, già il 25 aprile riteneva indispensabile deferire Mussolini a un tribunale popolare; ma dopo lo spettacolo di Piazzale Loreto commentò: “L’insurrezione si è disonorata“. Ferruccio Parri definì l’esposizione dei corpi “un’esibizione di macelleria messicana“.
Fu quella di Mussolini una esecuzione e uno “spettacolo” gratuito? – Molti concordono che il processo l’avrebbero fatto gli americani (i vincitori contro i vinti, come poi avvenne a Norimberga). E sarebbe stato per l’Italia imbarazzante, e forse ancor più imbarazzante per gli inglesi se sul banco degli imputati compariva e parlava Mussolini. E se compariva lui, a fianco sarebbero stati chiamati anche tutti coloro che con lui avevano portato al disastro l’Italia, e con loro tutto il fascismo. Quindi il processo sarebbe stato un processo contro l’intera nazione.

Dirà il giornalista-scrittore Giorgio Bocca “La morte del dittatore era inevitabile e fu accolta con manifestazioni di gioia non soltanto da noi antifascisti. Lasciare a Mussolini la parola in un processo avrebbe significato consentirgli di chiamarci tutti in causa, anche noi partigiani, che eravamo stati fascisti come tutti”.

Piazzale Loreto non era stato scelto a caso per fare questo sacrificio degno di tribù arcaiche della più profonda e nera Africa, era una compensazione o una rivalsa ad un altrettanto delitto e strage che era stata fatta alcuni mesi prima (il 10 agosto 1944), quando furono trucidati da altri pazzi “italiani” e tedeschi 15 partigiani e lasciati lì nella piazza per giorni, come monito. Un monito osceno pure questo, simile a quello successivo. Ma di questo parlerò nel prossimo capitolo.

Nei giorni che seguirono il 25 aprile (quindi alle cessate ostilità) i “giustizieri” improvvisati, come brutalità e ferocia e con vaghe motivazioni, andarono molto oltre la ritrovata “libertà” (di farsi giustizia) e andarono oltre la “giustizia“. I giustizieri imitavano le gesta dei giustiziati. Si calcola insomma che da questo 25 aprile e fino al 6 luglio siano stati giustiziati chi afferma  600 chi 20.000 fascisti, ma secondo i parenti delle vittime furono circa 50.000.

Trattato di pace
Dopo la “resa senza condizioni“, quella che noi comunemente chiamiamo “Armistizio” arriva il 10 febbraio 1947 il definitivo trattato di pace.
E’ un atto di natura unilaterale imposto all’Italia ed accettato dal suo governo post bellico. In esso l’Italia sarà costretta a riconoscere il principio di aver “intrapreso una guerra di aggressione” (premessa cpv. 2°) e pertanto le sue clausole avranno carattere punitivo: mutilazione del territorio nazionale; rinunzia alle colonie; riparazioni; limitazione della sovranità dello Stato; divieti per gli armamenti anche solo difensivi; restrizioni di vario genere.
(Anno 1945)

Ha detto Valiani al suo intervistatore Massimo Pini (Sessant’anni di avventure e battaglie): “Noi quattro del comitato insurrezionale ci consultammo, senza neppure riunirci, per telefono. Pertini, Sereni, Longo e io prendemmo nella notte la decisione di fucilare Mussolini senza processo, data l’urgenza della cosa“. “

Gli americani infatti chiedevano, per radio, che Mussolini fosse consegnato a loro. Longo chiese a Cadorna di dare il lasciapassare a due suoi ufficiali, Lampredi e Audisio, perché si recassero a prelevarlo. Cadorna racconta lealmente nelle sue memorie di avere subito capito che andavano per fucilarlo, ma di aver ugualmente firmato il foglio. Cadorna non era un cospiratore antifascista…, ma pensava che era più giusto che Mussolini morisse per mano di italiani che per mano di stranieri: perciò firmò il lasciapassare.

Nel dicembre 2006 il premier iracheno Al Maliki, rispondendo a Prodi allora capo del governo italiano gli disse: “…alla fine della seconda guerra mondiale, Mussolini è stato processato per un solo minuto. Il giudice gli ha chiesto il suo nome e alla risposta ‘Benito Mussolini’ gli ha detto: ‘il tribunale vi condanna a morte’ e la sentenza è stata eseguita immediatamente“.

L’oro di Dongo
I più furbi tra i partigiani, intanto, cominciano a razziare le auto della colonna rimaste incustodite. Ad un certo punto, davanti ai loro occhi allibiti, saltano fuori le sei famose valigie. Per evitare un saccheggio di più ampie proporzioni, il capo di stato maggiore della 52ª Brigata Garibaldi, capitano «Neri» ordina di portarle nel municipio di Dongo, dove la partigiana Giuseppina Tuissi, nome di battaglia «Gianna», fa l’inventario di tutto quel ben di Dio. La «Gianna» è anche la donna del capitano «Neri».

Sulla destinazione da dare al tesoro scoppia ben presto una lite furibonda. Il segretario del Partito comunista clandestino di Como, Dante Gorreri, sostiene che quei beni appartengono al Partito comunista. Il capitano «Neri» sostiene invece che quei beni appartengono allo Stato italiano e che pertanto vanno riconsegnati alla Banca d’Italia. Nel tardo pomeriggio del 28 aprile il tesoro viene trasportato nella villa delle sorelle Teresa e Luisa Venini, a Dòmaso. All’alba del 29, poco dopo le quattro, un gruppo di partigiani bussa alla porta della villa. Hanno in mano un foglio con il timbro del Partito comunista di Como. Caricano tutto su un’auto e spariscono.

Dove è finito il «tesoro di Dongo»?

Il 17 gennaio 1949, la rivista americana Life pubblica un’inchiesta del giornalista John Kobler dal titolo: «The great Dongo’s robbery». Kobler è uno che di tesori e manipolazioni se ne intende: ha fatto parte infatti del’Oss, il servizio segreto statunitense durante la campagna d’Italia. La sua tesi è che il tesoro sia finito nelle casse del Pci e utilizzato per sostenere le due campagne elettorali del 1946 e del 1948, per acquistare il palazzo di via delle Botteghe Oscure e per finanziare le forze militari clandestine e l’apparato di sezioni e cellule in tutta Italia.

Anni dopo Massimo Caprara, segretario di Palmiro Togliatti, testimonierà che quei beni razziati sulla strada tra Musso e Dongo sono finiti nelle casse del Partito comunista. Da dove poi un esperto avvocato provvide a riciclare tutto in Svizzera. Lo stesso avvocato che, ogni quindici giorni, si recava a Roma, a Botteghe Oscure. «Si fermava a chiacchierare con me in attesa che Togliatti fosse libero», ricorda Caprara. «A ogni visita compiva una singolare triangolazione che non poteva non incuriosirmi: dopo essere stato da noi al secondo piano, saliva al terzo dall’amministrazione e poi al quarto da Pietro Secchia. Fu quello stesso avvocato un giorno, a pranzo, a spiegarmi l’arcano: lui si stava occupando di riciclare il bottino di Dongo, trasformandolo in depositi e titoli presso alcune banche svizzere, poi riutilizzabili in Italia».

Il «tesoro di Dongo» presenta somiglianze agghiaccianti col «Memoriale Moro». Chiunque ci si avvicini, paga con la vita. Luigi Canali, il capitano «Neri», scompare l’8 maggio 1945. Il suo cadavere non verrà mai più ritrovato.
Il 23 giugno 1945, mentre cerca disperatamente notizie del suo uomo, scompare Giuseppina Tuissi. Alle dieci di sera, due fidanzati vedono una moto rossa con due uomini e una donna fermarsi al Pizzo di Cernobbio e scendere verso il lago. Poi sentono un urlo e uno sparo. La moto riparte. Sul posto verrà trovato un giornale sporco di sangue e budella umane. «Gianna» è stata sventrata e gettata nel lago.
Il 4 luglio, tra Acquasena e Santa Maria Rezzonico, riaffiora il cadavere di Anna Bianchi, amica della «Gianna» e sua confidente, colpita con due pallottole alla nuca e gettata ancora viva nel lago.
Il 6 luglio scompare Michele Bianchi, il padre di Anna. Il cadavere riaffiora il 12 luglio con due pallottole alla nuca.
Il 26 ottobre 1945 viene pugnalato a morte in una strada alla periferia di Como Gaetano Melker, cittadino svizzero. È lui che ha trasportato il tesoro di Dongo dalla federazione del Partito comunista di Como alla federazione del Pci di Milano.
Inutile sottolineare che Luigi Gatti, l’uomo che guidava l’Alfa Romeo rossa e Mario Nudi, l’uomo che sedeva al suo fianco furono tra i quindici fucilati a Dongo.

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